citizen kane

Io sono di quelli che considerano Citizen Kane, il primo film di Orson Welles, un capolavoro, una di quelle cose che guardi la prima volta, guardi la seconda, riguardi una terza volta e tutte le volte ti dici: allora c’è un senso nell’essere umani. Questo senso sta anche in film come Citizen Kane (e in Shakespeare, e nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, e nel tè Earl Grey, e nella rucola, per dire).

Così, su due piedi, mi viene da dire che ci sono davvero pochi film che riescono a essere così veri, moderni e formalmente ineccepibili come il capolavoro di Orson Welles. I personaggi sono persone, con tutte le loro caratteristiche e tutti i loro lati, positivi o negativi. Lasciando perdere tutti i particolari tecnici, alcuni dei quali non ho saputo riconoscere, il film però si lascia guardare, e cattura, fin dalle prime immagini, e ti tiene inchiodato fino alla fine (due ore!).

Però, porcamignotta, c’è sempre un particolare stonato. È il titolo dell’edizione italiana: da film-documentario sulla grandezza e gli abissi interiori di un uomo, diventa un kolossal sulla potenza della stampa. Che per carità, ha il suo peso all’interno del film, e sicuramente è uno dei lati di maggior rilievo di Kane. Però: andatevene a cagare. Non dirò mai più – mai più – “Quarto potere”, solo: Citizen Kane. E poi mi dicono “ma dai, il doppiaggio in Italia non è mica così malaccio, oggi”. Risponderò, d’ora in avanti: “è sempre stato una schifezza” (*).

(*) Eccezion fatta per Frankenstein Junior.

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