nostalgia (ma di che cosa?)

Oggi è domenica, sono a Mestre, solo, nella casa in cui ho vissuto per tre anni e qualche mese. È la casa dove mia madre è venuta a vivere dopo aver iniziato le pratiche per la separazione – e poi divorzio – da mio padre. Al divorzio non ci sono mai arrivati: mio padre è morto prima. Io ero rimasto con lui; poi sono venuto qui: armi, bagagli e gatto. Quella che era stata per un paio d’anni “casa di mia madre” è diventata “casa mia”: ci ho costruito le mie abitudini, e ne abbiamo costruite di condivise. Sono stati begli anni.

(A proposito di “casa di mia madre”: una sera Ale doveva venire a cena, eravamo sotto le feste di natale e gli avevo detto: dai, vieni qui, da mia madre. Lui aveva capito “dai, vieni al Lido”. Mia madre va spesso al Lido, da mia nonna, e lui lo sa, e al Lido c’è venuto più di una volta tanti anni fa. Così aveva capito “dai, vieni a cena al Lido”. Lo chiamo alle otto: «be’, dove sei, dovevi essere qui mezz’ora fa». E lui: «no, ci sono, riconosco il… l’hotel, lì, come si chiama… Mabapa, sì. Quello è il cancello del vostro giardino, no?». Ecco, c’ha messo un’oretta soltanto, a tornare, ma poi abbiamo cenato felicemente.)

Da marzo vivo a Milano. Ho anche la residenza. Mi piace molto: è una bella città, ha degli angoli umanissimi e strepitosi, ha angoli osceni, ha posti deliziosi. È una città, insomma: viene fatta dalla gente che la vive, e fino a oggi la gente che ci vive mi ha trattato bene, andiamo d’accordo. Parte di questo rapporto ‘idilliaco’ è sicuramente da ricercare nel fatto che abbiamo già amici, a Milano: se avessimo dovuto ricostruire una rete di relazioni così, dal nulla, forse sarebbe stato tutto diverso. (Forse.)

Ma oggi sono solo, qui, a Mestre, e cammino sul parquet che cigola in maniera oppressiva, e rovisto nella dispensa alla ricerca delle cose ‘normali’ (mia madre ha l’abitudine di cambiare spesso la posizione degli oggetti: che siano le tazze del tè o i mobili di una camera: così ha l’impressione che sia tutto nuovo), e sono due notti che dormo nel mio vecchio letto. Non ho l’impressione di vivere nella casa di un altro, ma è più una nostalgia per qualcosa di non conosciuto. Sarà mia madre che cambia tutto, sarà che mi sono abituato subito all’idea che Milano è la mia nuova ‘casa’ – e non pensavo che ci avrei messo così poco.

Ecco questo poi mi ha stupito: il fatto che son bastati un paio di mesi perché Milano mi conquistasse. Sarà che per qualche anno, lavorando nel cinema, ho passato diverse settimane in giro per l’Italia?, e quindi il concetto di “mia città” è stato un po’ slavato dall’esperienza? Non lo so. Non so neanche che senso abbia, il concetto di “mia città”…

Intanto sono qui sulla mia ‘vecchia scrivania’ che mangio qualcosa. E domani prendo un treno per tornare alla mia ‘nuova’ vita. Nostalgia ma di che cosa? Di un oceano mai guardato? Di un’Europa mai sentita? Di un linguaggio mai parlato?

Nessun commento