faber è morto

Io me lo ricordo l’11 gennaio 1999: ero appena tornato da scuola ed ero andato a casa della ragazza di cui ero terrificantemente innamorato all’epoca: stavamo insieme da pochissimo, e saremmo stati insieme per pochissimo ancora – e vabbè, a sedici anni va così.

Entro in casa sua (era arrivata poco prima di me, e non ricordo come mai), e mi guarda con faccia sbianca e mi fa: «ma hai sentito?» «Cosa?» «È morto De André.» «Sì, dai, vabbè, e poi?»

Ci siamo seduti sul divano e abbiamo acceso il televisore e dopo un po’ di fuffa il Tg1 lancia la notizia, e ammutolisco. Credo di esser rimasto zitto tutta la giornata, o almeno me lo ricordo.

All’epoca avevo sedici anni e mezzo, mio nonno era morto da sei mesi, avevo strappato definitivamente il cordone con qualsiasi spauracchio religioso mi fosse rimasto dai tempi dell’infanzia (io che neanche sono battezzato), e avevo appena iniziato la guerriglia contro i miei genitori, com’è giusto fare a quell’età e come ho sbagliato a fare io nei modi (decisamente troppo esagerati).

L’anno prima tenevo il Manifesto del partito comunista sul banco a scuola, per dire; avevo scoperto Guccini, e poi in rapida sequenza De André, Vecchioni, De Gregori, Battiato, tutto l’ambaradan dei cantautori ‘impegnati’, dopo aver mandato a memoria Gino Paoli da quando avevo sei anni. Springsteen sarebbe venuto qualche anno dopo, all’epoca mi sembrava un bastardo imperialista (avevo frainteso, come molti, Born In The USA). E tutte queste cose sono tutte correlate e tutte indipendenti, non c’entrano niente e invece c’entra tutto: ma è così che funziona, quando si costruisce una persona.

Facevo l’intellettuale, come molti a quell’età: alcuni rimangono nel personaggio, altri lo diventano davvero, altri ancora diventano l’opposto di quello che volevano essere: succede, è normale, a volte fa schifo ma è normale.

Volevo essere un ragazzo di sedici anni che pensa con la testa sua, grazie alle cose che sa e ha imparato, e già all’epoca mi puzzava gran parte di quello che mi insegnavano a scuola: c’erano ottimi professori, ma eran troppo pochi, e il resto era un corpo docente decisamente cretino. Volevo essere una persona responsabile e ovviamente non lo sono stato, forse mai: ma Guccini e De André mi hanno accompagnato in quel periodo molto difficile e molto bello che è l’adolescenza, e vorrò sempre bene al Faber per quello che cantava e diceva. Negli anni mi sono allontanato, per narrazioni un po’ più ‘materiali’, come quella di Guccini o Fossati, ma Fabrizio De André rimarrà sempre.

Però è morto. L’11 gennaio 1999. Il che non significa che non può essere un esempio per tutti noi, o non possa essere considerato un genio, o non si possa andare in giro cantando le sue canzoni il giorno ch’è morto, per ricordarlo. Ma negli ultimi anni lo si è santificato troppo, e lo si è sputtanato troppo. Ho buttato un tweet stamattina, sbagliando tra l’altro la data della morte con la data del compleanno (avrebbe compiuto 72 anni il 18 febbraio: ops!), poi basta: e basta così, dai, che perdiamo tempo e si fa tardi, che fuori non ci aspettano.

(Epilogo: rimasi insieme alla tipa che mi diede la notizia per qualche mese, poi niente per qualche anno, poi un ritorno di fiamma di qualche mese, poi niente più. È sposata e aspetta un bambino. Io ho cambiato città, vita e non faccio più quello che facevo tredici anni fa [scrivere]. Ma va così, è la vita: non ci aspettano, fuori.)

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