l’arte per noi

Nella puntata di Ricciotto dedicata a Visages, Villages, il film di Agnes Varda e JR, Federica dice una cosa a 23’12”:

Dovrebbe essere quella lì la funzione dell’arte: mettere le persone di fronte a una certa tematica, e poi lasciare che siano le persone a trovare la soluzione. Portare il problema, non la soluzione.

Ascoltavo questa puntata mentre pulivo la terrazza: mi son fermato e mi son venuti tanti pensieri. C’era un sole non male, per essere la fine di marzo, e Federica ha spiegato in maniera semplice e precisa il motivo per cui le narrazioni a tesi (i film, ma anche i libri), o con un forte ‘messaggio’ io non riesca proprio a mandarle giù. Perché se siamo amici può anche interessarmi sapere cosa pensi di un determinato problema o di un fatto, e non è neanche detto che sia così.

Se però fai libri, film, canzoni, e lo fai perché da giovane volevi predicare o finire nel misticismo: vai pure, mica ti dico niente. Ma vai un po’ più in là, perché a me piacciono le storie che raccontano una storia, e quello che c’è sopra, sotto, attorno a quella storia preferisco siano i personaggi a dirmelo, trasversalmente, o gli amici mentre commentiamo quella storia.

Allo stesso modo non mi dice quasi mai niente l’arte per l’arte, magari mi stimola qualche considerazione tecnica. Voglio godere di arte fatta per noi, una cosa a metà strada tra l’urgenza personale di te che racconti e il dono spassionato che ci fai di una storia, sotto qualsiasi forma la voglia metter giù.

Ogni volta che pulisco la terrazza poi uno o due giorni dopo piove, vanificando qualsiasi mio tentativo di tenere pulito. Spero solo non ci sia un messaggio sotto.

è che non puoi lamentarti

Matteo Marchesini stava per pubblicare un libro con Bompiani: il libro parlava di editoria italiana, e conteneva le stroncature ad alcuni autori di Bompiani stessa. Antonio Franchini, editor di narrativa italiana per Giunti-Bompiani, chiama Marchesini e gli dice che se non avesse tolto quei pezzi il libro non sarebbe più uscito. Marchesini “ringrazia” e non accetta di togliere quei pezzi.

Non conosco personalmente Franchini ma una volta invitò noi di inutile a un incontro qui a Milano con tutta una masnada di gente del web, lit-blog, cose simili, per cercare di capirli meglio e trovare spunti di integrazione di queste piattaforme “nuove” all’interno di Mondadori (all’epoca lavorava lì). Mi è parso uno molto preparato, bravo, e allo stesso tempo troppo interessato a proteggere il mondo in cui vive. Che per carità, è anche un istinto naturale: solo che prima o poi il tuo mondo finisce, è così per tutti i mondi, ed è meglio accompagnare questi cambiamenti anziché, italianamente, addomesticarli e tentare di annullarli.

Però: mi puoi sembrare il più preparato di tutti, ma se poi fermi la pubblicazione di un libro solo per difendere autori che hai pubblicato (che credo non abbiano bisogno di essere difesi: stiamo parlando di nomi come Antonio Moresco, per esempio, che ha un seguito fedele e immattonito da anni, oppure Antonio Scurati) passi da un ricordo come uno preparato a un presente come uno piccolo, impaurito, anche stanco. Oltre al fatto che annullare la pubblicazione di un libro a tre mesi dall’uscita significa che tu che dovresti conoscere vita-morte-miracoli di quello che pubblichi non hai idea di cosa sta per uscire nel tuo catalogo.

E il pensiero che un editore debba proteggere i propri investimenti non regge, qui: perché gli investimenti sono delle persone che scrivono, e le persone che scrivono hanno bisogno di una comunità critica vera, indefessa, che magari beva le birre con loro ma al contempo spieghi, a loro e al pubblico, perché l’ultimo libro che han scritto non funzionava. Una scrittrice o uno scrittore ha bisogno di una simile comunità almeno quanto ha bisogno dei soldi dell’anticipo, o almeno: dovrebbe.

Ma alla fine della fiera, è facile: è che se pubblichi Scurati, non ti puoi lamentare che te lo stronchino.

context is for king

il contesto è per i re

Un titolo notevole che ben si adatta a questa nuova incarnazione di Star Trek, trovo. Non c’è più bisogno di rispettare folli dettami di Roddenberry (tipo: non possono esserci conflitti reali tra i protagonisti! non possono esserci cose brutte!), e non si può prescindere da quello che fece poi Ronald Moore con Battlestar Galactica.

Come speravo, i personaggi stanno acquisendo in spessore, e anche quando fanno qualcosa che fa poco Trek classico e più roba da “film di fantascienza moderna che ci si picchia e basta”, lo fanno sempre rimanendo fedeli allo spirito delle altre serie: che non è niente male.

Ridare vita a un franchise così lungo e per certi aspetti martoriato come questo non è stata una sfida semplice. Mancano ancora una dozzina di episodi, ma le premesse sono state mantenute e anzi, hanno confermato il mio interesse.

(E: grazie per avermi ridato Rekha Sharma, mi mancava.)

Nel frattempo sto proseguendo la visione di tutto il resto di Star Trek: ora sono a metà della prima stagione della Next Generation. Rivisti in lingua originale, noto come in ogni episodio la bravura recitativa non sia solo di Patrick Stewart o Brent Spiner, come era evidente anche nel doppiaggio, ma anche degli altri protagonisti. Soprattutto Jonathan Frakes: lo sto riscoprendo.

Senza rossetto, senza fine

Ieri è uscita l’ultima puntata di Senza Rossetto, il podcast di Querty condotto da Giulia Cuter & Giulia Perona, incentrato sulla parità di genere, il ruolo della donna e tutte quelle cose di cui non dovrebbe essere necessario parlare, ragionare, discutere, visto che siamo nel 2017 e abbiamo abbandonato le caverne da un po’.

E invece e purtroppo c’è sempre bisogno di ricordarci che non siamo tanto evoluti quanto ci piacerebbe pensarci. Giulia & Giulia hanno deciso di farlo con un podcast. Loro sono uscite dalla Holden, sanno come si racconta una storia e hanno deciso di raccontare la loro, occhio che adesso m’intorcolo, facendo raccontare storie ad altre persone.

La struttura è semplice: un racconto per un argomento. In questa seconda stagione hanno chiamato Ester Armanino, Giulia Blasi, Arianna Bonazzi, Ilaria Gaspari, Elena Stancanelli, le han portate da me e han fatto registrare loro il racconto che avevano scritto. Poi a Brescia hanno registrato le loro parti di spiegazione e raccordo. Santelena e Studio Zinghi hanno badato alle loro parti e alle musiche. Dal 2 giugno (a un anno di distanza dalla prima stagione) ogni due settimane su Querty è uscita una puntata.

In tutto questo io mi sono divertito. È stata la mia prima volta come produttore, per quanto qualcosa avessi fatto anche con Spoiler (anche se lì il mio coinvolgimento attivo era ben superiore), e a parte alcuni scivoloni tipo non ricordarsi il giorno della messa in onda o consegnare ai musici le parti registrate da me ma non montate (scusate ancora, ragazzi, davvero), penso di essermela cavata.

Ho imparato da un po’ che più che fare lo scrittore mi piace far scrivere gli altri, e penso di non cavarmela male. Ormai sono cinque anni che faccio podcast e far parlare gli altri, aiutarli a strutturare un programma e una puntata, e indirizzarli secondo le linee di Querty mi viene facile, anche se spero di non smettere di parlare al microfono come invece ho smesso di scrivere. Se poi il risultato merita, è un altro discorso, e qui le uniche a poter parlare sono Giulia & Giulia (che, poverine, si son dovute sorbire anche le mie battute volgari, i miei non-sense non-riusciti, e tutto il carrozzone di stronzate che mi porto dietro).

Da parte mia posso dire che quando abbiamo fatto il primo pranzo a novembre mi sono sembrate determinate, convinte, sulla strada giusta per fare una seconda stagione molto meglio della prima. Si sono impegnate come delle bestie da soma, hanno tirato fuori argomenti e autrici e hanno pensato anche a come coinvolgerle, hanno messo su un crowdfunding di estremo successo e tutto questo nel giro di sei mesi. Due persone così testone e allo stesso tempo così umili non le ho trovate spesso, in vita mia: umili nell’ascoltare gli altri, testone nel voler raggiungere un obiettivo chiaro: fare una splendida seconda stagione, e farla bene. Non vedo l’ora che arrivi la terza.

Una nota correlata: il primo pranzo tra me e le Giulie e Federica, senza la quale oggi farei ben poco, l’abbiamo fatto da Little Italy, un bel posto dove mangiare in Via Tadino qui a Milano. Hanno da pochissimo ricevuto un’aggressione omofoba e conto di farci al più presto un nuovo pranzo o una nuova cena, e ti invito a fare altrettanto se passi di là, perché sono anni che ci andiamo e si sta bene. Se un branco di decerebrati pensa che l’omosessualità sia un problema possono tornarsene nelle caverne da cui provengono e in cui evidentemente si trovano così bene, ché da Little Italy ci andiamo noi.

all’alba dei trentacinque

Ricomincio a scrivere su Grandi speranze e ricomincio a usare WordPress. L’ultima piattaforma di questo sito è stata Ghost, che è una gran bella piattaforma, ma ancora acerba persino per le mie scarsissime necessità.

È che volevo scrivere da qualche parte che sono stato a Inchiostro, il festival di illustratori, calligrafi e stampatori che ha Andrea Musso tra le anime promotrici, ed è bellissimo. Voglio che diventi il mio appuntamento d’inizio giugno, per i prossimi anni. Avrei voluto scrivere di più, ma far (ri)partire un sito non è mai senza qualche scossone, quindi: torno a sistemare il dietro le quinte di Grandi speranze.

Hanno vinto i buoni

La foto più bella della mia vita, in cui mi si vedono soltanto i capelli e gli occhi, è stata scattata sabato 13 settembre, a Venezia, prima della vittoria di Giorgio Fontana al Premio Campiello. È la foto più bella della mia vita perché è capitata giusto un paio d’ore prima del successo strepitoso di Giorgio, e del verificarsi dei nostri sogni più belli: veder premiata la costanza, l’umiltà, la bravura.

Orgoglioso di Giorgio, orgoglioso della banda di matti con cui da alcuni anni mi accompagno: la nostra famiglia milanese.

Due considerazioni veloci su quello che ha presentato Apple martedì

cook

So che mia madre ci tiene, a queste due considerazioni, così le scrivo.

(Tenendo presente che non ho visto da vicino né toccato nessuno degli oggetti presentati, e pertanto sono considerazioni più che parziali e soggettive, passibili di cambiamento non appena avrò modo di sperimentare con mano.)

I nuovi iPhone non mi piacciono. Non mi piacciono gli schermi grandi, per un telefono, in generale: credo che lo schermo dell’iPhone 5/5s sia perfetto soprattutto a livello ergonomico. Forse potrei abituarmi a uno schermo da 4.7″, ma per il momento mi trovo benissimo col mio telefono, quindi ciccia.
Il design in generale mi dice poco. Per dirne una, non mi piace che la fotocamera esca dalla scocca posteriore, ma d’altronde quando fai i telefoni sottilissimi cose del genere succedono. Infatti se si usa un case di quelli progettati da Apple la copertura è totale (e lo spessore immagino aumenti di due o tre millimetri). La fotocamera, di contro, quella sì che m’interesserebbe avere!

Pay mi ispira tantissimo, ho solo paura che per l’implementazione italiana di un sistema del genere passeranno anni.

L’Watch, credo, merita tantissimo, al punto che se avessi i soldi lo comprerei volenteri, ma (a) non c’ho i soldi; (b) preferisco aspettare la seconda o terza generazioni; (c) amo molto gli orologi tondi, non quadrati.
Si vede che è una prima iterazione: è troppo spesso (già me li vedo a uno dei prossimi giri ridurlo di un buon terzo), ma ha dentro un mondo di cose e quasi tutte interessanti. Sarà divertente guardarne l’evoluzione. (Di sicuro ha asfaltato la concorrenza.)
Da leggere questo lungo articolo di un sito specializzato in orologi: è interessantissimo e permette di capire tante cose.

In generale Tim Cook mi sembrava fin troppo contento, ma è più che comprensibile: è stato un keynote di portata storica per più di un motivo. La sua Apple mi piace, e come in tanti hanno scritto credo sia il boss giusto per guidarla in questo momento, così come Jobs fu quello giusto per farla crescere ed esplodere.

(Da non fan degli U2, da conoscitore superficiale delle canzoni più famose, il disco che mi hanno regalato non mi dispiace per niente. Trovo pretestuosa la polemica intorno a questa mossa commerciale: ho letto un titolo che diceva «Cari U2, non è bello obbligarci ad ascoltare un vostro disco». Capisco in teoria lo spirito della critica, ma basta non scaricarlo. Anche a me fanno ribrezzo certe canzoni ottenute in regalo con l’app di Natale di iTunes, ma le cancello e finisce la paura.)

Once More, With Feeling

Se poi mi fermo un attimo a pensare a quello che ho fatto e non fatto negli ultimi anni, alla fine mi mancava: scrivere su questo blog, condividere le cose che reputo interessanti, intelligenti o divertenti. Scrivere un po’ più spesso di prima, continuare a farlo. Ogni tanto mi fermavo a contare da quanti giorni non pubblicavo niente, su questo sito o su Tumblr: mica me lo ricordavo.

La decisione di spezzare in due la mia, ehm, attività da blogger (diobuòno, che parolacce) non si è rivelata intelligente: contrariamente al buon Gianluca Didino, che riesce nell’impresa meglio di me, avere un Tumblr per i link veloci, le comunicazioni rapide e secche, e un blog per i contenuti più ragionati ha inceppato il meccanismo. Quando poi l’altro giorno mi son reso conto che manco mi ricordavo il tema che avevo scelto mesi fa per Tumblr, ho capito che avevo raggiunto il fondo del barile e raschiare avrebbe distrutto le mie povere unghie.

Si riunisce tutto, quindi: come quando Claremont tenne divisi gli X-Men per un sacco di tempo, poi li riunì sotto la guida di Xavier, con anche X-Factor e chi si ricorda chi altri. (Che ciclo di storie incredibile.) Non più Grandi speranze da una parte e Grandi speranblr dall’altra: soltanto questo sito. Ho cambiato tema: questo mi piace, è leggero ed elegante, ma ci sono un sacco di cose da sistemare. Soprattutto, ci saranno un monte di post da sistemare: ho importato più di 700 post da Tumblr, ripulirli e adattarli a questo tema e a questa versione di WordPress sarà un lavoro che m’impegnerà per qualche anno, credo. (E che probabilmente non finirò mai.)

Qui potrai trovare segnalazioni e considerazioni rapide su quello che mi interessa: l’editoria, la tecnologia e l’incrocio di questi argomenti; Apple; fumetti, cinema, musica. Un po’ di tutto, un po’ per tutti. L’obiettivo è di inserire almeno una segnalazione al giorno, perché Twitter è un servizio che adoro e che utilizzo volentieri, soprattutto per condivisioni veloci, ma ha la stessa età di Grandi speranze, e chissà dove sarà nel 2022: ma sono quasi sicuro che Grandi speranze ci sarà ancora. Senza dimenticare lo scopo di questo sito, che è semplice e allo stesso tempo molto arrogante: arrivare a fine giornata e poter tracciare una riga per terra, e dire: questa cosa si salva, quest’altra è una cazzata e non mi serve. Il tempo scarseggia, e non serve portarsi dietro tutto, o tutti. Bastano le cose e le persone davvero importanti.

(La foto viene da qui.)

La paura del presente (o del futuro) per una volta non c’entra

Ieri mattina ha fatto un po’ il giro di Twitter la notizia che il Comitato di Redazione del Corriere ha sbuffato e sbattuto i piedi contro il direttore De Bortoli perché nella home page del sito la scorsa settimana ha fatto una breve apparizione un link che riportava al sito de Linkiesta: che è un altro giornale. I commenti che ho letto in giro si assestano sulla linea “i giornalisti del Corriere hanno paura di non essere letti se forniscono un’alternativa” e “vivono nel passato”. A me pare semplice buon senso commerciale.

Perché, contrariamente a quanto scritto da CdR, quello che stava nella home page del Corriere non era soltanto un link, ma un banner: un riquadro che rimandava al sito de Linkiesta, come se fosse in atto una qualche forma di collaborazione tra i due giornali, o come se fosse una pubblicità (tant’è vero che nel momento in cui ho visitato la home page del Corriere spinto da qualche tweet, sulle prime non mi ero accorto: perché sembrava un banner pubblicitario “qualunque”). Che di per sé la collaborazione non è mica il male: ma non trovo indicazioni in questo senso sui loro siti. E semmai, fa spavento come il CdR nel 2013 non colga che un link di per sé non è un problema, mentre diventa controversa la presenza di un banner pubblicitario.

A parere dell’umile mona che scrive, qui, le critiche alla preoccupazione del CdR, quelle che liquidano la questione dicendo “un sito che linka un sito! inaudito!” sono mal poste. Non mi vengono in mente tanti esempi di un’azienda che fa pubblicità ai concorrenti. E, fino a quando non viene fuori una partecipazione di uno dei due quotidiani nell’impresa dell’altro, è anche comprensibile che una simile pubblicità venga percepita come controproducente.

Le critiche tralasciano lo sgomento del CdR e si ricollegano a un fatto che quelli che dell’internèt qualcosa ci capiscono stigmatizzano da anni: nei grandi quotidiani italiani è stato, per anni, difficilissimo trovare un link a una fonte terza, o a un sito diverso dal proprio: ed è sbagliato fare così. Ma non c’entra niente la paura del presente che, sono sicuro, fa strizzare il culo a più di una persona al Corriere: in questo caso specifico, non c’entra niente. A leggere il comunicato, c’è un CdR che non è stato informato di un appoggio palese che il Corriere stava facendo a un giornale concorrente, contrariamente a quanto espresso da un contratto sottoscritto tra giornalisti ed editore: è questo il punto della situazione, non il fatto che non si possa ospitare il link a un altro sito.

Se poi vogliamo gridare allo scandalo e sperare che un’ondata di novità spazzi via il vecchiume che sta al Corriere, liberi: ma il punto è un altro, ed è tutto di natura commerciale. Legittima, peraltro.

Aggiornamento/1:

Vero, caro Compare Alfio. Però qualcosa mi dice che l’investimento economico nel caso di cui parlo sia stato una frazione di quello che è stato pagato per le pubblicità Sky (ammesso e non concesso che il banner sia stato pagato). Di fronte a una montagna di soldi, scrivo in corsivo per enfatizzare l’iperbole, si può tutto 🙂

Aggiornamento/2:
Ho trovato questo pezzo di Davide Casati e aggiungo un paio di righe che effettivamente chiariscono un poco:

A molti forse è però sfuggito che la concessionaria di pubblicità di Linkiesta è Rcs Pubblicità, la stessa, chiaramente, del Corriere della Sera. Il giornale indipendente è l’ultima conquista del colosso nell’offerta “web” come si può vedere dalla mappa sottostante. Linkiesta insieme a Kelkoo è però l’unico sito web che non appartiene alla rosa di giornali di Rcs Mediagroup.

Il resto lo leggi nel suo post, qui.

Crescere insieme

Ricordo una cosa di quando abbiamo iniziato a fare inutile: era una cosa molto piccola, che allo stesso tempo mi sembrava cosa facile e cosa giusta da fare: rispondere a tutti quelli che ci scrivevano, dare la mia opinione sui loro pezzi, e cercare di risolvere insieme gli eventuali problemi di quegli stessi pezzi. Non ero il solo a farlo, era un’idea condivisa anche con Ale, per dire: c’è gente che combatte timidezza e insicurezza per affidarci un pezzo di scrittura loro, e il minimo che dobbiamo loro è una risposta precisa e onesta. Dobbiamo stare con loro, insomma, parlare e capire il più possibile che cosa volessero ottenere e che cos’hanno ottenuto invece. Improvvisarsi un mestiere, quello dell’editor, che è un mestiere che si acquisisce attraverso la pratica e l’esperienza, e per il quale è anche necessario studiare (la cosa più banale è la differenza tra fabula e intreccio e tra narratore intradiegetico ed extradiegetico, e queste sono le sole cose che so). E far capire quando un pezzo non funziona, e quali rimedi possono usare, se li vogliono usare: mica è detto che abbiamo ragione noi.

Cogli anni questa voglia e questa capacità di stare vicino, molto o poco, ma almeno un po’, a quelli che ci scrivevano e si confrontavano con noi, si sono assopite. Tutti quanti abbiamo iniziato a lavorare, o a studiare più seriamente all’approssimarsi della laurea. Il tempo per fare le cose che piacciono si è accorciato drasticamente, per colpa delle cose che non possiamo non fare. È diventare grandi, bellezza, e non puoi farci niente: ogni tanto devi anche scegliere quale passione sacrificare per permettere a tutte le altre di andare avanti. Quando è toccato a me, ho sacrificato la musica: dubito sarei mai diventato un bravo musicista, ma avrei potuto imparare abbastanza per cadere sempre in piedi. E quando invece fai una rivista, per passione, il sacrificio ha tante e diverse facce: può essere non poter fare delle cose che sarebbe figo fare e che altri fanno, ma che tu non puoi perché non hai le risorse (umane ed economiche), oppure smettere di rispondere a tutti – che era invece uno dei nostri punti di forza, e fonte d’un orgoglio notevole.

Da qualche settimana ho ripreso a rispondere attivamente: non a tutti, solo a quelli che ci inviano racconti o articoli che mi convincono. Di solito nasce uno scambio interessante, e ogni tanto una collaborazione continuativa, che parte da un pezzo e diventa qualcosa di più articolato. Mi piace: mi fa sentire di nuovo utile, alla mia rivista e alle persone che si fidano di noi quel tanto che basta per coinvolgerci nella loro vita. Spero di poter continuare a lungo, e anzi di poterlo fare sempre: se non lo faccio, chiedo scusa, ma la giornata non è infinita – anche se abbiamo ordinato l’opzione “giorno da 100 ore” su Amazon, il corriere deve ancora consegnarla.

Khorakhané, dal 2001 a oggi

Ti ricordi quando siamo andati via da Corso del popolo, che abbiamo fatto le valigie in tutta fretta e abbiamo fatto la strada in auto senza guardarci indietro, con la confezione di lettiera aperta e un paio di ciotole, e giusto un paio di scatolette per passare la notte in casa nuova? E quella sera mi sei stato addosso e mi hai riempito di fusa e nonostante tu avessi vissuto le ultime ore di vita di mio padre e fossi tu stesso bello scosso, eri lì a fare le fusa e consolare me.

Oggi non erano proprio fusa, quelle che emettevi, ché non avevi più forze. Eri stremato, mentre ti facevamo l’ecografia per capire che cosa potesse essere a farti stare così male, e sperare che ci fosse una ragione per questo crollo così improvviso. E quando abbiamo finito la visita e abbiamo rimesso il lettino nello studio, hai voltato – lentamente – la testa verso di me, e mi hai guardato. Non so quanto fossi cosciente, ma voglio pensare che tu mi abbia cercato, almeno un’ultima volta. Poi hai girato ancora la testa e ti sei rimesso disteso. La flebo non è servita.

La vecchiaia serve, credo, ad abituare all’idea del distacco: che è inevitabile, è giusto, è naturale: ma serve, appunto, la vecchiaia, perché si chiudano i conti, si chiudano le porte, e si aspetti con serenità. Noi abbiamo avuto una settimana, e anche se abbiamo fatto in tempo a dirci quello che dovevamo dirci (tu con le fusa e i tuoi sguardi secchi, io a modo mio, confusionario), è solo una settimana e non credo riuscirò mai ad abituarmi.

Il cuore rallenta, la testa cammina: a forza di essere vento.