Bei podcast – 8 giugno

E lo sapevo che tra una cosa e l’altra avrei saltato degli appuntamenti. Ricominciamo.

Uno che ascolto da tanto

Fumble. Ok, gioco in casa, qui, lo so. Però se vuoi ascoltare il miglior podcast di live playing che c’è in Italia non hai scelta: è Fumble.

Uno che ho appena scoperto

IRL. La settimana puntata della quarta stagione è bellissima.

La biblioteca dei libri perduti

Ha ragione l’attacco dell’articolo del Guardian: sembra l’inizio di un libro di Zafón.

The Libro de los Epítomes manuscript, which is more than a foot thick, contains more than 2,000 pages and summaries from the library of Hernando Colón, the illegitimate son of Christopher Columbus who made it his life’s work to create the biggest library the world had ever known in the early part of the 16th century. [link]

Canzoni di speranza

Come diceva ieri Sara Pavan a Bricòla, il festival delle autoproduzioni di fumetto, ogni atto pubblico che compiamo è, in ultima analisi, un atto politico. (Sono consapevole che Sara non è la prima e unica persona ad averlo detto: ma l’ho sentito ieri, quindi cito lei, ai fini di questo breve post.)

In serata, a cena con amici, mi arriva una notifica: Apple Music mi comunica che uno degli artisti che seguo ha pubblicato un nuovo disco. E sticazzi, penso, e poi vedo che è Springsteen, e quindi cambio atteggiamento.

Ascolto il disco da stamattina, che è una cosa che non succede spesso: negli ultimi anni ascolto per lo più podcast, e ho trascurato molto la musica. In ogni caso: è da stamattina che ascolto Springsteen, e la cosa non dovrebbe stupire nessuno. Dovrebbe stupire, semmai, il fatto che non conoscessi l’esistenza della Live Series di Springsteen, una serie che che suddivide le canzoni tematicamente ed è arrivata al terzo capitolo: i primi due sono Songs of the road & Songs of friendship.

Mi ha colpito il titolo del disco: Songs of Hope. E ho fatto tutto un ragionamento, molto banale se vuoi, riguardo il fatto che se ogni nostro atto pubblico è politico, cercare di dare una speranza in più, e cantarla, è un bellissimo atto politico. E niente, il ragionamento finisce qui. Ma il disco me lo riascolto.

Questa corsa dei poveri

È uscita una bella intervista a Paolo Castaldi, nostro ospite fisso a Tizzoni d’inferno. L’intervista è incentrata su Zatlan, il suo libro per Feltrinelli Comics. Tra le varie cose che dice, una mi ha colpito, e tanto:

Mentre ci siamo io e altri autori che con sincerità facciamo partecipare i nostri lettori o comunque le persone che ci seguono, chi più chi meno, alla fase di creazione, tanti altri autori pubblicano preview solo per creare questo hype. Adesso sembra che tutto le opere siano necessarie, tutte le opere siano capolavori. Ho deciso che non voglio più partecipare a questa corsa dei poveri. Ho detto: basta, non mi interessa. Quindi quando uscirà il [prossimo] libro lo saprete, perché sarà pronto, fatto e finito.

E ha ragione. In tutti i campi che frequento c’è questa tendenza: da un lato ci sono quelli che sono felici di condividere le cose che fanno (o che rispondono sinceramente alle domande che vengon poste loro); dall’altro gente che continua ad alimentare l’hype, e sostanzialmente quindi il proprio ego.

(Sono i piccoli dettagli come questo che ti fan capire che se c’è simpatia, sintonia, sotto c’è sempre un motivo.)

Lo stato di inutile, 2018

L’editoriale che ho scritto, per raccontare com’è andato il nostro ultimo anno. Il 2019 si preannuncia frizzantino, non vediamo l’ora di fare molte cose.

L’anno scorso dicevo che il nostro 2017 è stato un anno di conferme e rilanci, strettamente collegati. Abbiamo condotto l’anno successivo continuando a rilanciare, e cercando di non fermarci mai. Cerco di farne un riassunto in questo editoriale, sperando di non dimenticarmi niente di quello che è successo. [continua a leggere]

Il signore delle storie

Nella mia vita ho letto tantissimi fumetti: fino ai diciotto in preponderanza di matrice americana, supereroistica; ma già dai sedici, diciassette anni circa i miei orizzonti si sono espansi. Verso la fine degli anni ’90 ho incontrato Sandman, prima da solo poi in compagnia di altri amici (ciao Jules), e credo di non dire una fesseria se dico che Sandman è il mio fumetto preferito, e sta lì assieme a uno o due manga, qualche storia Disney, e Born again, sì, Devil.

Questo articolo sui trent’anni di Sandman, pubblicato ieri su Fumettologica, è un bellissimo volo d’uccello su un fumetto che mi ha cambiato la vita, che mi ha aiutato a capire che le storie sono la cosa più importante che abbiamo. E quindi, nonostante i difetti piccoli e grandi, di cui Andrea Fiamma non lesina le sottolineature: grazie Neil Gaiman, grazie Sogno degli Eterni.

I 400 numeri di Lupo Alberto

Bell’articolo, triste articolo, vero articolo di Andrea Fiamma su Fumettologica.

«Così, senza quasi accorgercene, siamo arrivati al numero 400» esordisce in maniera un po’ ironica l’editoriale di Lupo Alberto n. 400, un traguardo che sarebbe altrimenti encomiabile ma che rimbomba agrodolce nel palato. Quasi nessuno infatti, tra addetti ai lavori e lettori, ha fatto caso alla cifra tonda del compleanno. Lo stesso albo ha celebrato l’anniversario in maniera abbastanza mesta. Più rumore c’era stato nel 2013, in occasione dei 40 anni del personaggio, festeggiati da quasi tutta la stampa di settore e non. Ma poi la creatura di Silver è tornata nell’oblio. (continua a leggere)

Il Lupo è stato fondamentale, per me, forse anche più dei supereroi, nell’approcciarmi alla maturità. Erano strisce che parlavano per stratificazione dei messaggi e lavoravano su più livelli, ed erano tutti ottimi livelli. Ora, non lo so. Mi è sembrato davvero un ricordo sbiadito. Per non parlare delle ricette di Cesira: sembrava uno scherzo in copertina, e invece, per riempire la foliazione, c’era anche quello.

Offscreen si prende una pausa

Offscreen è una rivista quadrimestrale, fatta da Kai Brach. Sono abbonato da tre anni, grossomodo, e la ritengo una delle spese migliori che faccio. Racconta il mondo della tecnologia, che normalmente va estremamente veloce, ma lo fa a un ritmo completamente diverso: quello di una rivista di carta. Interviste e spunti più che interessanti: spesso fondamentali, anche nei numerosissimi casi in cui non conoscevo le persone intervistate o il loro lavoro.

Dopo sette anni di lavoro quasi solitario, Kai ha deciso (giustamente) di prendersi una pausa, e per i prossimi 6 mesi (ma forse anche di più) Offscreen non uscirà. Nonostante questo iato, se vuoi comprarti una rivista che, oh, ad avercene, puoi comunque comprare i vecchi numeri. Ne vale davvero la pena.

Having just released issue 20 I feel now is a good time to take a breather and give my mind some space to reassess. This means that there won’t be a new issue of Offscreen for at least six months, maybe more. [continua a leggere]

Il vizio di smettere, a Verona

Nonostante con Michele Orti Manara da qualche anno, a intervalli irregolari, si dica: «Dobbiamo vederci per una birra!» e non ci si veda mai, ma proprio mai, ci siamo sempre e comunque tenuti in contatto – anche se visti di persona un paio di volte sole. Lui tiene d’occhio i racconti che vengono pubblicati in rete, e quindi anche inutile; noi abbiamo pubblicato alcuni suoi pezzi, negli anni, e sapevo che a scrivere se la cava bene.

Qualche mese fa Racconti è uscita con una raccolta di Michele, intitolata sapientemente Il vizio di smettere: è una bella raccolta, specialmente se ti piace leggere racconti. Venerdì 28 settembre lo presentiamo a Verona, alla libreria Pagina Dodici, in Corte Sgarzarie 6a. Se riuscissi a venire saremmo felici!

la maledizione della conoscenza

Un articolo che sottoscrivo in toto, scritto da Anne Janzer (in realtà è un estratto del suo libro Writing to be understood). È un principio a me caro, quello dell’essere più comprensibile possibile quando scrivo, al punto da sembrare scemo nel tentativo di ridurre ai minimi termini, alla portata di chiunque, gli argomenti di cui parlo. Mi sembra davvero una cosa fondamentale, poter parlare a tutti: in maniera che chi s’incuriosisce possa andare ad approfondire da altre parti, e in caso contrario avere comunque un’idea generale di quello di cui si sta parlando.

Essere semplici è difficilissimo, e in ogni caso non esclude l’approfondimento: perché in un pezzo – o in un podcast – si può andare a fondo anche cercando di facilitare il viaggio a chi ti segue.

Once we know something, it’s difficult to remember not knowing it. We take our knowledge for granted.
We can spot other people suffering from the curse of knowledge pretty easily. We’ve all seen it:

– The physician who speaks in medical terms you don’t know
– The academic author who writes a paper, intended for a general audience, filled with terms that only a graduate student would understand.

These people aren’t trying to hoodwink or confuse you. They simply forget that you don’t know what they know. 
It’s much harder to detect symptoms of this tendency in our own behavior. When smart, caring people write incomprehensible stuff, the curse of knowledge is usually to blame. It plagues experts who write for the layperson, or the industry insider addressing an outsider. 
Of course, a few knowledgeable and expert communicators avoid the curse of knowledge with apparent ease, but let’s consider them outliers and confess that the rest of us struggle with it. The greater your knowledge, the stronger the curse. [continua a leggere]