Offscreen si prende una pausa

Offscreen è una rivista quadrimestrale, fatta da Kai Brach. Sono abbonato da tre anni, grossomodo, e la ritengo una delle spese migliori che faccio. Racconta il mondo della tecnologia, che normalmente va estremamente veloce, ma lo fa a un ritmo completamente diverso: quello di una rivista di carta. Interviste e spunti più che interessanti: spesso fondamentali, anche nei numerosissimi casi in cui non conoscevo le persone intervistate o il loro lavoro.

Dopo sette anni di lavoro quasi solitario, Kai ha deciso (giustamente) di prendersi una pausa, e per i prossimi 6 mesi (ma forse anche di più) Offscreen non uscirà. Nonostante questo iato, se vuoi comprarti una rivista che, oh, ad avercene, puoi comunque comprare i vecchi numeri. Ne vale davvero la pena.

Having just released issue 20 I feel now is a good time to take a breather and give my mind some space to reassess. This means that there won’t be a new issue of Offscreen for at least six months, maybe more. [continua a leggere]

Il vizio di smettere, a Verona

Nonostante con Michele Orti Manara da qualche anno, a intervalli irregolari, si dica: «Dobbiamo vederci per una birra!» e non ci si veda mai, ma proprio mai, ci siamo sempre e comunque tenuti in contatto – anche se visti di persona un paio di volte sole. Lui tiene d’occhio i racconti che vengono pubblicati in rete, e quindi anche inutile; noi abbiamo pubblicato alcuni suoi pezzi, negli anni, e sapevo che a scrivere se la cava bene.

Qualche mese fa Racconti è uscita con una raccolta di Michele, intitolata sapientemente Il vizio di smettere: è una bella raccolta, specialmente se ti piace leggere racconti. Venerdì 28 settembre lo presentiamo a Verona, alla libreria Pagina Dodici, in Corte Sgarzarie 6a. Se riuscissi a venire saremmo felici!

la maledizione della conoscenza

Un articolo che sottoscrivo in toto, scritto da Anne Janzer (in realtà è un estratto del suo libro Writing to be understood). È un principio a me caro, quello dell’essere più comprensibile possibile quando scrivo, al punto da sembrare scemo nel tentativo di ridurre ai minimi termini, alla portata di chiunque, gli argomenti di cui parlo. Mi sembra davvero una cosa fondamentale, poter parlare a tutti: in maniera che chi s’incuriosisce possa andare ad approfondire da altre parti, e in caso contrario avere comunque un’idea generale di quello di cui si sta parlando.

Essere semplici è difficilissimo, e in ogni caso non esclude l’approfondimento: perché in un pezzo – o in un podcast – si può andare a fondo anche cercando di facilitare il viaggio a chi ti segue.

Once we know something, it’s difficult to remember not knowing it. We take our knowledge for granted.
We can spot other people suffering from the curse of knowledge pretty easily. We’ve all seen it:

– The physician who speaks in medical terms you don’t know
– The academic author who writes a paper, intended for a general audience, filled with terms that only a graduate student would understand.

These people aren’t trying to hoodwink or confuse you. They simply forget that you don’t know what they know. 
It’s much harder to detect symptoms of this tendency in our own behavior. When smart, caring people write incomprehensible stuff, the curse of knowledge is usually to blame. It plagues experts who write for the layperson, or the industry insider addressing an outsider. 
Of course, a few knowledgeable and expert communicators avoid the curse of knowledge with apparent ease, but let’s consider them outliers and confess that the rest of us struggle with it. The greater your knowledge, the stronger the curse. [continua a leggere]

Locura!

Lunedì scorso sono stato ospite del meraviglioso programma di Florencia Di Stefano-Abichain, Locura!, su Radio Popolare. Abbiamo parlato a lungo di podcast, un po’ di inutile, di Drake, e anche di metal. In più, ho fatto mettere la mia canzone preferita di sempre in radio: che grandissima soddisfazione.

Divertiti ad ascoltarla!

Odio da sempre i finanziatori seriali all’americana

I cosiddetti venture capitalists. Questo post scritto dai fondatori di Wistia è l’esemplificazione precisa del motivo.

Selling and IPO’ing aren’t the only options. Believe it or not, there are other outcomes possible when it comes to running a business. Some of the best businesses we know fly under the radar. Because they’ve never raised any money and are quiet about their success, they’re not written about in the press. (continua a leggere)

Dieci anni di app

A un certo punto mi sono reso conto che non avevamo parlato del decennale dell’App Store: così ho rimediato con un pezzo per No Rocket Science.

Non è certo un’esagerazione dire che dieci anni fa Apple cambiò drasticamente il panorama dell’informatica personale. Nel 2007 presentò l’iPhone e nel 2008 diede il colpo decisivo, l’apertura dell’App Store. [continua a leggere]

Apps of a feather

Ho scritto un breve pezzo sui casini di Twitter: non tanto i milioni di account fake, ma l’assurda decisione di bastonare gli sviluppatori di app terze parti. Per No Rocket Science.

Steve Ditko

È morto a 90 anni Steve Ditko, uno che dei fumetti americani ha fatto la storia. Su Lo spazio bianco c’è un interessantissimo articolo (prima parte di due) che racconta il rapporto complicato tra lui e l’altro creatore dell’Uomo Ragno, Stan Lee. (Un altro rivoluzionario che però ha allungato troppo le mani, in più di un’occasione.)

La gestione Lee/Ditko di Amazing Spider-Man è caratterizzata da una fase creativa molto intensa, sicuramente la più prolifica di tutte le gestioni ragnesche. Nei primi 38 numeri della testata (tanto è durato l’idillio/dissidio tra i due vulcanici autori), Lee e Ditko introducono il cast dei comprimari del personaggio e una galleria impressionante di criminali, ben 19, frutto di una tensione creativa dai risvolti sorprendenti. Basti pensare che i 38 numeri successivi, realizzati da Stan Lee e John Romita, producono solo tre nuovi villains (Rhino, Shocker e Kingpin) e l’inserimento tra i comprimari di Joe e Randy Robertson e del capitano Stacy. Il metodo di Lee consiste nel fornire al disegnatore un canovaccio narrativo rudimentale, suscettibile di modifiche e ritocchi. All’artista è demandato il compito di visualizzare la storia (storytelling) e di scandirne il passo, con la libertà di inserire elementi narrativi che avrebbe poi discusso con lo stesso Lee. A disegni ultimati, Stan si sarebbe occupato dei dialoghi, altro punto di forza della testata, sempre carichi di ironia e ricchi di humour. [continua a leggere]

L’ho detto in più di un’occasione: qualsiasi pregio io possa avere oggi è un mix di quello che mi hanno insegnato alcuni personaggi dei fumetti e della televisione; in seconda battuta autori di libri e di canzoni. Ovvio che in mezzo c’è anche la famiglia, con i miei genitori in prima fila: ma banalmente è stata mia madre a comprarmi il primo numero dell’Uomo Ragno che io abbia mai letto.

E appunto l’Uomo Ragno è una delle cose che più forti hanno segnato il periodo che va dai miei 8 ai 18 anni, e Steve Ditko è responsabile di alcune delle cose più iconiche dei primi due anni del personaggio: al punto tale da esser ripresa praticamente uguale nel bellissimo film dell’anno scorso (quando Peter rischia di esser schiacciato).

A un certo punto poi gli scazzi con Stan Lee divennero tali e tanti che Ditko prese e andò via. Diede la sua zampata anche al Dottor Strange, un altro personaggio notevole. E niente, invecchiamo tutti.

sarà l’età

Ma io ricordo gli anni Novanta di Marvel come pieni di cazzate agghiaccianti, e di sperimentazioni meravigliose. Andrea Antonazzo racconta una di quelle cose meravigliose, Quesada e Palmiotti alla guida di Marvel Knights.

20 anni fa, per la precisione nel settembre del 1998, arrivò nelle edicole e nelle fumetterie statunitensi il primo numero della nuova serie di Daredevil, un albo che – con il senno di poi – segnò l’inizio di una grande rivoluzione per Marvel Comics. Quell’albo fu il primo a uscire con in copertina il marchio “Marvel Knights” (in Italia tradotto letteralmente come “Cavalieri Marvel”), la neonata etichetta editoriale curata da Joe Quesada e Jimmy Palmiotti che avrebbe cambiato il modo di fare fumetti in Marvel. [continua a leggere]

(Una nota di onestà: non sono aggiornato sulle storie Marvel da grossomodo l’inizio del millennio. Sono consapevole del fatto che probabilmente mi sto perdendo le cose belle che stanno realizzando in questi anni: ma quando leggo gli articoli su quello che succede a questo o quel personaggio, mi vengono solo i brividi.)

scrivere a tesi

Di solito quando a Ricciotto parliamo di un film a tesi, di solito ne parliamo male.

Per valutare un film prendiamo in considerazione dei parametri il più possibile oggettivi, lasciando da parte eventuali ambizioni sociali o politiche. Non possiamo dire che un film è bello perché sta dalla parte giusta, se la sceneggiatura fa acqua o i protagonisti che non sanno portare sullo schermo i personaggi che dovrebbero interpretare. In redazione a inutile ragioniamo alla stessa maniera quando valutiamo cosa pubblicare e cosa no. (C’è da dire che la quantità di pezzi a tesi che ci arriva è molto bassa.)

Maria Di Biase ha riassunto molto bene il parere di Roland Barthes, sul quale a Ricciotto o inutile siamo – fortunatamente – allineati con lui.

Ma il tentativo d’interpretare la storia non fa della scrittura uno strumento politico, né intellettuale in senso più ampio. La scrittura, sottolinea Barthes, ha una precisa responsabilità letteraria: «Quando l’intellettuale si sostituisce allo scrittore, nelle riviste e nei saggi nasce una scrittura militante pienamente affrancata dallo stile e che è come un linguaggio professionale della “presenza”». Se la scrittura è una scelta, la scrittura intellettuale è l’ostentazione di una scelta; diventa un mezzo per diffondere alcune idee, una «firma in calce a una dichiarazione collettiva». [continua a leggere]

la copertina perfetta

Facile, una copertina così? Sì, certo. Solo L’Espresso l’ha fatta, però.

Nel corso degli anni la mia diffidenza verso Repubblica e tutto il suo universo, Espresso compreso, è aumentata grossomodo ogni giorno: ma tanti complimenti, questa copertina è perfetta. Purtroppo.

(Perfetta, e giusta.)

un attimo di autopromozione

Andrea Ciraolo mi ha intervistato per il suo programma, Passione podcast.

È stata una chiacchierata interessante, e piacevole. Spero di aver parlato abbastanza di Querty e inutile, più che di me. Madre ha apprezzato, comunque.

Ascolti l’intervista qui, oppure col player qui di seguito.

non dire gatto

Marco Montanaro (ex membro di inutile, ma come con i Vendicatori: una volta Vendicatore, per sempre Vendicatore) ha scritto un pezzo incredibile osservando il gatto della sua ragazza, ospite a casa sua per una manciata di giorni. Da gattaro, felice coinquilino di due gatti e amante della buona scrittura, questa è una di quelle cose che, oh, avercene.

Forse scrivo di Raymond per resistere alla tentazione di fotografarlo, adesso che ce l’ho sotto gli occhi tutto il giorno. Tutto il giorno: anche quando esco, l’idea di tornare a casa e trovarlo addormentato sul mio letto è sempre nella mia testa, ed è un’idea assolutamente piacevole. Il gatto dà pace: questa cosa deve funzionare come con i vasi comunicanti, c’è una forma di bilanciamento della mia iperattività, o meglio, forse di assorbimento delle mie energie da parte del gatto.

meglio essere un pirata che arruolarsi in marina

È una delle tante frasi a effetto che disse Steve Jobs in gioventù (e mi pare che la prese da qualcuno, ma non so dire esattamente a chi, in questo momento).

Sam Conniff Allende l’ha preso in parola e sulla facciata della sede di Penguin, a Londra, ha appeso un manifesto per promuovere il suo libro. Libro pubblicato da Penguin. I quali niente sapevano di questa bravata. Bravata che è stata fatturata, a qunato ho capito, proprio a Penguin.

I’ve heard Penguin Random House’s CEO, Tom Weldon, talk of bravery and the benefits of rule-breaking. In fact, I respect Tom so much, I’ve asked him to pay for the whole thing, he just doesn’t know it yet.

Un bel colpo, non ho idea di come reagiranno però.