a volte, il caso

Giovedì scorso eravamo tutte a Bologna per una riunione di redazione di inutile. Mancava solo Carmine, ma per il resto era la prima volta che alcune di noi si conoscevano di persona dopo tanti mesi passati a leggersi, o a sentirsi nominare. Dall’anno scorso cerchiamo di farlo almeno una volta all’anno: non è facile, abitiamo in tutta Italia, ma è importante. Poi certo, ci sono persone tra noi che si vedono molto più spesso (noi che viviamo a Milano, per esempio: ma è facile), e in ogni caso ci sentiamo praticamente tutte, tutti i giorni.

Mercoledì 31, cioè il giorno prima, c’era stato il primo evento di Ghinea, la nostra newsletter sui femminismi a cura di Francesca, Gloria, Marzia: un bell’incontro, anche se sono arrivato alla fine (per tutta una serie di problemi logistici sui quali è meglio soprassedere). E neanche a farlo apposta Style, il supplemento del Corriere ha fatto uscire un articolo a cura di Gaetano Moraca, in cui sei scrittrici e scrittori parlano delle loro gavette, delle fatiche e delle soddisfazioni del mestiere, e del passaggio quasi obbligato per le riviste letterarie. Due di loro sono stati pubblicati su inutile: Alessandro Mazzarelli nel 2015, Francesca Marzia Esposito nel 2011.

Niente di che, eh: il nostro nome è comparso un paio di volte in una decina di pagine: ma è un’attenzione che fa piacere, e che è caduta in un momento profondamente simbolico per noi: ritrovarsi per stabilire a grandi linee i prossimi 12-18 mesi, trovando al contempo una piccola conferma del lavoro già fatto.

L’ho detto un sacco di volte, lo continuerò a ripetere: inutile è una delle cose migliori della mia vita. Una di quelle cose in cui ti ritrovi per caso e però è una scelta tua continuare, e continuare per più di dieci anni (fanno tredici anni, a dirla tutta: dal 2005 che Gabriele disse «Perché non facciamo questa rivista?»). Una di quelle scelte che fanno bene a chi le compie, e secondo me (e noi) anche un po’ al mondo. Scelte da condividere, competenze e bellezze da mettere a disposizione di tutti, e non c’è un motivo che lo spieghi, se non: è giusto così.

Una di quelle cose che riempie la vita, e come sempre: di cose belle e di cose brutte. Per fortuna le cose belle sono molte, molte di più, e hanno a che fare con le persone che ho incontrato in questi anni. A parte qualche fregatura, la maggior parte son persone con cui voglio accompagnarmi per tanti anni ancora: non so se sia condivisa, come cosa, ma spero di sì. Siamo una famiglia stupenda, appassionata, bravissima: ed è tutto merito loro.

Per l’altra mia famiglia, quella di Querty, vale lo stesso discorso, anche se lì ho cercato di costruire il nucleo principale attorno a quelli che già erano miei amici, che consideravo già famiglia: allora così è facile, allargare a nuove leve, e catturarne che siano belle persone. Per inutile la maggior parte delle cose è successa per caso, un po’ pilotato da talenti e testardaggini varie: a gift that keeps giving, come direbbero gli anglosassoni. Come on and bring your wrecking ball: noi rimarremo in piedi.

Un piccolo cambiamento in casa inutile

A volte succede, che anche se ti ruga e ti dispiace, devi fare delle cose che preferiresti non fare. È quello che è successo oggi: abbiamo aumentato il costo di iscrizione a INUTILE » associazione culturale, cambiando anche la frequenza di pagamento (da dieci euro annuali a due euro mensili).

Il valore che offriamo è gigantesco, in confronto al costo che si deve pagare. E lo sappiamo che è un prezzo che si paga volentieri per sostenere un progetto che si sente affine ai propri ideali: però c’è un gran lavoro dietro, e ci sembra giusto che ne venga riconosciuta una parte. Inoltre, aumentare anche di poco le entrate ci permette di fare progetti diversi e più grandi, dei quali speriamo di parlare presto.

E niente: da oggi l’iscrizione a INUTILE costa un po’ di più, ma faremo in modo che la qualità che vi offriamo in cambio rimanga sempre altissima. E grazie a tutti quelli che si sono iscritti in questi dieci anni, e a quelli che si iscriveranno: stiamo lavorando a un mondo un poco più bello, grazie anche a voi.

I 400 numeri di Lupo Alberto

Bell’articolo, triste articolo, vero articolo di Andrea Fiamma su Fumettologica.

«Così, senza quasi accorgercene, siamo arrivati al numero 400» esordisce in maniera un po’ ironica l’editoriale di Lupo Alberto n. 400, un traguardo che sarebbe altrimenti encomiabile ma che rimbomba agrodolce nel palato. Quasi nessuno infatti, tra addetti ai lavori e lettori, ha fatto caso alla cifra tonda del compleanno. Lo stesso albo ha celebrato l’anniversario in maniera abbastanza mesta. Più rumore c’era stato nel 2013, in occasione dei 40 anni del personaggio, festeggiati da quasi tutta la stampa di settore e non. Ma poi la creatura di Silver è tornata nell’oblio. (continua a leggere)

Il Lupo è stato fondamentale, per me, forse anche più dei supereroi, nell’approcciarmi alla maturità. Erano strisce che parlavano per stratificazione dei messaggi e lavoravano su più livelli, ed erano tutti ottimi livelli. Ora, non lo so. Mi è sembrato davvero un ricordo sbiadito. Per non parlare delle ricette di Cesira: sembrava uno scherzo in copertina, e invece, per riempire la foliazione, c’era anche quello.

Offscreen si prende una pausa

Offscreen è una rivista quadrimestrale, fatta da Kai Brach. Sono abbonato da tre anni, grossomodo, e la ritengo una delle spese migliori che faccio. Racconta il mondo della tecnologia, che normalmente va estremamente veloce, ma lo fa a un ritmo completamente diverso: quello di una rivista di carta. Interviste e spunti più che interessanti: spesso fondamentali, anche nei numerosissimi casi in cui non conoscevo le persone intervistate o il loro lavoro.

Dopo sette anni di lavoro quasi solitario, Kai ha deciso (giustamente) di prendersi una pausa, e per i prossimi 6 mesi (ma forse anche di più) Offscreen non uscirà. Nonostante questo iato, se vuoi comprarti una rivista che, oh, ad avercene, puoi comunque comprare i vecchi numeri. Ne vale davvero la pena.

Having just released issue 20 I feel now is a good time to take a breather and give my mind some space to reassess. This means that there won’t be a new issue of Offscreen for at least six months, maybe more. [continua a leggere]

Il vizio di smettere, a Verona

Nonostante con Michele Orti Manara da qualche anno, a intervalli irregolari, si dica: «Dobbiamo vederci per una birra!» e non ci si veda mai, ma proprio mai, ci siamo sempre e comunque tenuti in contatto – anche se visti di persona un paio di volte sole. Lui tiene d’occhio i racconti che vengono pubblicati in rete, e quindi anche inutile; noi abbiamo pubblicato alcuni suoi pezzi, negli anni, e sapevo che a scrivere se la cava bene.

Qualche mese fa Racconti è uscita con una raccolta di Michele, intitolata sapientemente Il vizio di smettere: è una bella raccolta, specialmente se ti piace leggere racconti. Venerdì 28 settembre lo presentiamo a Verona, alla libreria Pagina Dodici, in Corte Sgarzarie 6a. Se riuscissi a venire saremmo felici!

la maledizione della conoscenza

Un articolo che sottoscrivo in toto, scritto da Anne Janzer (in realtà è un estratto del suo libro Writing to be understood). È un principio a me caro, quello dell’essere più comprensibile possibile quando scrivo, al punto da sembrare scemo nel tentativo di ridurre ai minimi termini, alla portata di chiunque, gli argomenti di cui parlo. Mi sembra davvero una cosa fondamentale, poter parlare a tutti: in maniera che chi s’incuriosisce possa andare ad approfondire da altre parti, e in caso contrario avere comunque un’idea generale di quello di cui si sta parlando.

Essere semplici è difficilissimo, e in ogni caso non esclude l’approfondimento: perché in un pezzo – o in un podcast – si può andare a fondo anche cercando di facilitare il viaggio a chi ti segue.

Once we know something, it’s difficult to remember not knowing it. We take our knowledge for granted.
We can spot other people suffering from the curse of knowledge pretty easily. We’ve all seen it:

– The physician who speaks in medical terms you don’t know
– The academic author who writes a paper, intended for a general audience, filled with terms that only a graduate student would understand.

These people aren’t trying to hoodwink or confuse you. They simply forget that you don’t know what they know. 
It’s much harder to detect symptoms of this tendency in our own behavior. When smart, caring people write incomprehensible stuff, the curse of knowledge is usually to blame. It plagues experts who write for the layperson, or the industry insider addressing an outsider. 
Of course, a few knowledgeable and expert communicators avoid the curse of knowledge with apparent ease, but let’s consider them outliers and confess that the rest of us struggle with it. The greater your knowledge, the stronger the curse. [continua a leggere]

Locura!

Lunedì scorso sono stato ospite del meraviglioso programma di Florencia Di Stefano-Abichain, Locura!, su Radio Popolare. Abbiamo parlato a lungo di podcast, un po’ di inutile, di Drake, e anche di metal. In più, ho fatto mettere la mia canzone preferita di sempre in radio: che grandissima soddisfazione.

Divertiti ad ascoltarla!

Odio da sempre i finanziatori seriali all’americana

I cosiddetti venture capitalists. Questo post scritto dai fondatori di Wistia è l’esemplificazione precisa del motivo.

Selling and IPO’ing aren’t the only options. Believe it or not, there are other outcomes possible when it comes to running a business. Some of the best businesses we know fly under the radar. Because they’ve never raised any money and are quiet about their success, they’re not written about in the press. (continua a leggere)

Dieci anni di app

A un certo punto mi sono reso conto che non avevamo parlato del decennale dell’App Store: così ho rimediato con un pezzo per No Rocket Science.

Non è certo un’esagerazione dire che dieci anni fa Apple cambiò drasticamente il panorama dell’informatica personale. Nel 2007 presentò l’iPhone e nel 2008 diede il colpo decisivo, l’apertura dell’App Store. [continua a leggere]

Apps of a feather

Ho scritto un breve pezzo sui casini di Twitter: non tanto i milioni di account fake, ma l’assurda decisione di bastonare gli sviluppatori di app terze parti. Per No Rocket Science.

Per la prima volta da venticinque anni, tipo

Non so raccontare come in maniera precisa, ma a un certo punto da bambino mi finì tra le mani una copia di Le pietre magiche di Shannara. Una delle prime edizioni Mondadori. Gemme magiche blu, mantelli e cappucci e spade, cos’altro avrei potuto volere? Avrò avuto meno di dieci anni, all’epoca.

Scoprii che era il secondo libro di una trilogia, e ovviamente non trovavo il primo: mi accontentai così del terzo (La canzone di Shannara, un libro verso il quale oggi nutro ancora molto affetto). Recuperai poi il primo e da lì la quadrilogia successiva. Dopodiché, confesso, mollai il colpo: ho seguito da lontano l’evolversi della saga e ho scoperto che Terry Brooks s’è dato da fare, costruendo un universo variegato composto da una trentina di libri.

Negli anni ho cercato di farmi piacere il fantasy, visto questo iniziale primo amore, ma non ce l’ho mai fatta. Tutto quello che afferisce al Signore degli anelli mi procura immediata noia. E in generale il fantasy soffre del morbo dello scrittore saputo, cioè qualcuno che vuole dimostrare di avere un lessico composito e stratificato e non perde occasione per mettersi in mostra, di solito con descrizioni eterne e mortalmente noiose.

Insomma, mai più toccato davvero un libro fantasy: fino a pochi giorni fa.

Sidequest è uno dei podcast di Querty: è uno dei nostri podcast di giochi di ruolo e ora, sotto la guida del caro Claudio Pustorino, sta per partire una nuova campagna. Ho ascoltato l’episodio pilota, se così vogliamo chiamarlo, in cui vengono creati i personaggi e viene delineato un po’ il mondo in cui si giocherà: e sono rimasto colpito. Ho scoperto che alcune idee, anche se poi pesantemente manipolate, sono state prese da un ciclo di romanzi scritti da Brandon Sanderson e pubblicati in Italia da Fanucci. Sto leggendo al momento, e con somma voracità, il primo romanzo, L’Ultimo Impero, e mi sto divertendo un mondo. Non è scritto per niente bene, e la traduzione mi lascia ogni tanto perplesso: ma è appassionante e mi fa proseguire nella lettura come da tempo non mi succedeva.

Steve Ditko

È morto a 90 anni Steve Ditko, uno che dei fumetti americani ha fatto la storia. Su Lo spazio bianco c’è un interessantissimo articolo (prima parte di due) che racconta il rapporto complicato tra lui e l’altro creatore dell’Uomo Ragno, Stan Lee. (Un altro rivoluzionario che però ha allungato troppo le mani, in più di un’occasione.)

La gestione Lee/Ditko di Amazing Spider-Man è caratterizzata da una fase creativa molto intensa, sicuramente la più prolifica di tutte le gestioni ragnesche. Nei primi 38 numeri della testata (tanto è durato l’idillio/dissidio tra i due vulcanici autori), Lee e Ditko introducono il cast dei comprimari del personaggio e una galleria impressionante di criminali, ben 19, frutto di una tensione creativa dai risvolti sorprendenti. Basti pensare che i 38 numeri successivi, realizzati da Stan Lee e John Romita, producono solo tre nuovi villains (Rhino, Shocker e Kingpin) e l’inserimento tra i comprimari di Joe e Randy Robertson e del capitano Stacy. Il metodo di Lee consiste nel fornire al disegnatore un canovaccio narrativo rudimentale, suscettibile di modifiche e ritocchi. All’artista è demandato il compito di visualizzare la storia (storytelling) e di scandirne il passo, con la libertà di inserire elementi narrativi che avrebbe poi discusso con lo stesso Lee. A disegni ultimati, Stan si sarebbe occupato dei dialoghi, altro punto di forza della testata, sempre carichi di ironia e ricchi di humour. [continua a leggere]

L’ho detto in più di un’occasione: qualsiasi pregio io possa avere oggi è un mix di quello che mi hanno insegnato alcuni personaggi dei fumetti e della televisione; in seconda battuta autori di libri e di canzoni. Ovvio che in mezzo c’è anche la famiglia, con i miei genitori in prima fila: ma banalmente è stata mia madre a comprarmi il primo numero dell’Uomo Ragno che io abbia mai letto.

E appunto l’Uomo Ragno è una delle cose che più forti hanno segnato il periodo che va dai miei 8 ai 18 anni, e Steve Ditko è responsabile di alcune delle cose più iconiche dei primi due anni del personaggio: al punto tale da esser ripresa praticamente uguale nel bellissimo film dell’anno scorso (quando Peter rischia di esser schiacciato).

A un certo punto poi gli scazzi con Stan Lee divennero tali e tanti che Ditko prese e andò via. Diede la sua zampata anche al Dottor Strange, un altro personaggio notevole. E niente, invecchiamo tutti.

sarà l’età

Ma io ricordo gli anni Novanta di Marvel come pieni di cazzate agghiaccianti, e di sperimentazioni meravigliose. Andrea Antonazzo racconta una di quelle cose meravigliose, Quesada e Palmiotti alla guida di Marvel Knights.

20 anni fa, per la precisione nel settembre del 1998, arrivò nelle edicole e nelle fumetterie statunitensi il primo numero della nuova serie di Daredevil, un albo che – con il senno di poi – segnò l’inizio di una grande rivoluzione per Marvel Comics. Quell’albo fu il primo a uscire con in copertina il marchio “Marvel Knights” (in Italia tradotto letteralmente come “Cavalieri Marvel”), la neonata etichetta editoriale curata da Joe Quesada e Jimmy Palmiotti che avrebbe cambiato il modo di fare fumetti in Marvel. [continua a leggere]

(Una nota di onestà: non sono aggiornato sulle storie Marvel da grossomodo l’inizio del millennio. Sono consapevole del fatto che probabilmente mi sto perdendo le cose belle che stanno realizzando in questi anni: ma quando leggo gli articoli su quello che succede a questo o quel personaggio, mi vengono solo i brividi.)