tutti alla finestra

Lunedì Ale e io abbiamo partecipato a Milano a un incontro organizzato da Gallizio editore, in cui alcuni pezzi di Mondadori (nella persona di Antonio Franchini e una piccola squadra di editor e personale dell’ufficio stampa) ascoltavano editori, blogger, giornalisti, ‘esperti’ parlare dell’ebook, delle aperture che consente, della novità, del cambiamento di alcune cose cui siamo abituati, della scomparsa di altre cose cui siamo abituati, e via andare. Si replicava mercoledì a Roma, e non so come sia andata, lì: ma su Twitter puoi seguire i vari tweet sull’argomento alla voce #narrativa12.

Eravamo una quarantina di persone: noi ne conoscevamo per nome, per fama, per Twitter qualcuno, ma il grosso ci erano completamente sconosciuti. Due sole persone avevamo già incontrato: Daniela (che ho rivisto dopo qualcosa come otto anni?) e Andrea di El Aleph.

Abbiamo ascoltato tutto, parlato pochissimo: tante cose dette, alcune molto interessanti; ogni tanto qualche sgommata in territori che non c’entravano una beneamata, ma tutto sommato contenuti.

La sensazione con cui ce ne siamo andati al ristorante cinese, a sera, è che siano in molti alla finestra ad aspettare una rivoluzione che moltissimi danno per annunciata e inevitabile. Tutti con gli occhi lanciati oltre la collina a guardare quando sale la marea, a volte gridando per niente, a volte scusandosi per cose che non si sono ancora verificate o che se anche si verificassero, a qualcuno non dispiacerebbe neanche e andrebbe bene così. La realtà è che la marea sale e scende, ogni sei ore: arriva piano e non è un’onda anomala. Gli indizi ci sono tutti, e il cambiamento è già in atto: solo che alcuni torneranno alla finestra e giacché il panorama sarà quasi perfettamente identico al giorno prima, ricominceranno a lanciare gli occhi oltre la collina, in attesa della marea. Poi tra un anno avranno l’acqua alla gola e si chiederanno dove han sbagliato.

E la cosa divertente è che la marea, dopo sei ore, cala.

{PS: Ale l’ha detta meglio qui.}

è morto Michael Hart

Chi è Michael S. Hart? Solo quello che s’è inventato Project: Gutenberg, lascia fare. Mi spiace.

Divertente questo passaggio di un’intervista del 2006:

When I was concerned about grades I never had a grasp of The Big Picture, it was all “Will it be on the exam?”, whereas when I didn’t care about the grades I studied the subject as a whole, remembered only what I thought was important, didn’t worry about the exams so much, and got better grades anyway. When I was out for The Big Picture, I would read the textbooks for fun, entertainment, and education, not just slave tasking, and the results were better in every way.
The more years I spent in school, the less attention I paid to grades, and in the end I finished college with straight A’s in only two years. I had learned how to learn. Something they don’t really teach in school. Young kids know how to learn, and then this is taken away from them as school goes on. I relearned it.

non finirà più, tutto questo ambaradan. e non abbiamo neanche iniziato a far sul serio

Mi son già rotto le balle di tutta la manfrina sul libro digitale che impazza da qualche mese in Italia, su tutti i giornali, blog, siti, porchemaiale varie. Ale ha linkato questo interessante articolo del Corriere: interessante perché mi dà il polso della trombonaggine degli autori italiani più blasonati (e qualche colpo di aria nuova, per parafrasare Ale).

Per esempio, c’è Giorgio Montefoschi che dice:

(in collegamento da Londra dove sta comprando nei mercatini volumi a metà prezzo): «Ma te la vedi una biblioteca senza libri, una biblioteca inesistente? Ho provato questa sensazione quando sono stato nell’orribile casa del geniale Guido Ceronetti ai Castelli Romani: c’era un bellissimo teatrino, ma non vedevo un libro. Ho fatto un blitz in camera da letto e, sul comodino, c’era Spinoza; mi sono rasserenato. Ma te lo vedi il libro che conta per te, quello che ti tieni vicino, sperduto, invece, dentro le invisibili pagine virtuali? Dove lo metti Menzogna e sortilegio se non ben in vista? Che ti parla sempre, in ogni momento».

Al di là che non si capisce se intende Baruch Spinoza, l’asteroide, o il libro tratto da Spinoza; ma comunque, a Montefoschi replico con Tullio De Mauro, uno che ha 14 anni più di lui.

Vede queste nostre case di professori, ingolfati di libri? Questo non accade in altri paesi.

I suoi colleghi tedeschi, inglesi o francesi non posseggono libri?

Un centinaio, forse qualche centinaio. Ma non è mai capitato di vedere più di tre, quattrocento libri in casa di professori stranieri. Si posseggono i libri di affezione. I classici più amati. È del tutto naturale che per il resto si vada in biblioteca. Insomma, queste pile oscene di libri che si ammucchiano sui nostri tavoli e sulle nostre scrivanie non si trovano altrove. E invece qui, a Roma, in una condizione già privilegiata, con grandi biblioteche di conservazione, se vogliamo accedere rapidamente a un libro, l’unica cosa è averlo in casa.

Quello che lei dice fa pensare a un altro degli effetti della condizione di minorità, per non usare la parola arretratezza, rispetto agli altri. Essa produce un eccesso di individualismo, una cura esasperata dei luoghi privati a scapito di quelli pubblici, che invece negli altri paesi godono di molta più attenzione.

È vero. Possedere i libri diventa un vanto. Giovanni Spadolini aveva una biblioteca di 30mila volumi. Oh, com’è bravo Spadolini. Il mio amico Tullio Gregory ha una splendida biblioteca in casa. Oh, che casa! (…)

(da La cultura degli italiani, conversazione di Francesco Erbani con Tullio De Mauro, Laterza 2004. È un libro splendido, vedi di procurartelo.)

Poi c’è Dacia Maraini che dice: «E poi la tecnologia cambia in continuazione (…). Il libro è uguale a se stesso da quando è nato. È questa la sua grande forza» Gran calma, però: l’ebook com’è oggi non è il futuro per forza. Può essere uno dei futuri della cultura. Il libro non è forte perché è uguale a sé stesso da secoli/millenni: è forte perché la sua forma si è dimostrata la migliore a resistere nel tempo. È la pratica del libro ad aver vinto per così tanto, non la sua teoria: non è che qualcuno, all’inizio, ha detto «Va bene, i libri devono per forza avere le pagine di carta, la copertina rigida, la brossura/rilegatura, e se non ce l’hanno non vanno bene». Adesso vediamo se “l’ebook” (qualsiasi cosa voglia dire) durerà qualcosa più dei floppy disk, ma non è che di base sia inferiore ai libri.

Chiara Gamberale dice che sente «un rapporto stretto tra la pagina che scrivo e me e il lettore». A lei risponde, più sopra nell’articolo, Beppe Severgnini:

«quello che conta è la marmellata, non il vasetto che la contiene. Se la marmellata è buona la mangi volentieri: che sia incartata o che sia spalmata sul vetro dell’ebook. E poi il vasetto ebook si ricicla, lo puoi svuotare della marmellata che non ti piace e riempirlo di quella che ti piace».

Che a me pare una bella metafora, e soprattutto: molto vera.

Poi, oh, sia chiaro: ci sono delle cose molto belle dette da Piperno (che non ho mai letto e conosco davvero poco), da Eco, da Emanuele Trevi. Leggiti l’articolo, che comunque fa bene. Fa “cultura generale”. Io però non tocco più l’argomento (a meno di cose straordinarie, nel bene o nel male) fino a quando non si muove qualcosa, per davvero.

è così che si fa

“I feel like a pioneer walking into a new era. We’re discovering the questions as we go.”

Questo lo dice Keith Mastorides. Keith Mastorides è il preside di un liceo della Florida. Questo liceo, da questa settimana, ha fornito agli studenti un Amazon Kindle con i quali sostituire i libri di testo. (Non tutti, purtroppo: per il momento si tratta di testi di inglese, matematica, un po’ di scienze e alcuni romanzi: altri titoli l’anno prossimo.) Cosa succederà non lo sa Mastorides, non lo sanno gli insegnanti, non lo sanno le famiglie degli studenti, non lo sanno gli studenti e non lo sa neanche Amazon. Che intanto sa per certo che nessun altro le ha piazzato un ordine simile.

Ma anche se non lo sanno, ci provano. E si vedrà in che punto della scala da “buono” a “cattivo” si cade.

“I think it is definitely viable. What we are really coming to understand is how students learn using digital media. The students are digital natives who have been born certainly in the last 15 to 20 years and have grown up with technology and are comfortable with it,” said Gray, managing director of the American Institute for Research who studies educational innovation.

(Via Il Post.)

OED non più

Il direttore della Oxford University Press, che si occupa di stilare l’Oxford English Dictionary, che è una cosa bellissima (soprattutto per quelli come me che sono impallinati coll’inglese, quelli che tra guardare un film doppiato e non guardarlo affatto piuttosto scelgono di guardare Amici); il direttore della OUP, dicevo, sostiene che addirittura la terza edizione dell’OED neanche uscirà, cartacea. D’altro canto, dovrebbe uscire nel 2037.

E Simon Winchester, che dell’OED se ne intende, giacché ha scritto The Meaning of Everything: The Story of the Oxford English Dictionary, va un bel po’ oltre:

Until six months ago I was clinging to the idea that printed books would likely last for ever. Since the arrival of the iPad I am now wholly convinced otherwise. (…) Books are about to vanish; reading is about to expand as a pastime; these are inescapable realities.

Tutto questo lo riporta un articolo del Telegraph, cui sono arrivato grazie a un post di John Gruber. Ora, io non credo che i libri scompariranno del tutto, neanche con macchine come Kindle e iPad. Quello che però mi pare ragionevole è che testi di riferimento, come manuali e dizionari, ma anche robe incredibili come la Commedia (titolo a caso solo perché piuttosto voluminoso), siano più facilmente consultabili; allo stato attuale dei fatti un ebook, ma anche un pdf fatto bene, è ben più consultabile di un libro in venti volumi.

E non venirmi a rompere con discorsi sulla carta, il fruscio, il libro è un’altra cosa. La mia opinione già l’ho detta: «Il libro di carta è tale perché è stato per anni la punta massima tecnologicamente ottenibile per diffondere idee e storie, e farle durare nel tempo». Se c’è una maniera per perpetuare quei dati, in maniera migliore, avanti.

Migliore significa: di più facile consultazione, di più facile conservazione. Dall’app iBooks sto leggendo un libro, in questi giorni: se voglio cercare una parola di quel libro, perché magari non ricordo in quale capitolo era riportata una certa frase, la trovo in pochi istanti (tap sullo schermo dell’iPhone, tap sulla lente d’ingrandimento (metafora della ricerca), scrivi le prime lettere della parola, lui già la sta cercando in tutto il documento). La comodità di poter leggere un libro di duecento pagine sul mio telefono è davvero cosa impagabile. E poi: di un iPhone viene eseguito automaticamente un backup ogni qualvolta lo si collega al computer col quale lo sincronizziamo; una persona accorta esegue un backup del proprio computer almeno una volta a settimana (e se non lo fai: sei un mona); una persona saggia eseguirà backup diversi, salvandoli in posti diversi: ma non serve spingersi fino alla paranoia per dire che se compro l’English Oxford Dictionary per poterlo consultare sul Mac, probabilmente è più sicuro di una versione cartacea.

Son felice che qualcuno cerchi di inventarsi delle commistioni o, perché no, s’imponga scelte radicali: siamo nel 2010, la tecnologia permette di fare cose molto belle: facciamo in modo che non rimanga solo Facebook, di questa tecnologia. Che poi io, Amici, neanche lo guardo.

(Un po’ più breve, ma c’è anche l’articolo del Guardian, nel quale peraltro si specifica che

“Demand for online resources is growing but large numbers of people continue to purchase dictionaries in printed form and we have no plans to stop publishing print dictionaries”

Ecco, tanto per dire.)

(E per favore, non concentriamoci sul fatto che ho nominato l’iPhone e l’iPad, in quest’articolo: uso un iPhone tutti i giorni e ci leggo pure gli ebook sopra – miserando, eh? – quindi se devo parlare di qualcosa che conosco, parlo di quello. Fine. Se avrò un Kindle, userò quello come esempio; idem se e quando avrò un iPad. Dai.)

quintadicopertina

E-reader, smartphone, iphone, ipad: nuove tecnologie sul mercato, che permettono, in modi diversi fra loro, di comunicare attraverso nuove modalità.

Vale la pena utilizzarli per leggervi lo stesso romanzo ‘cartaceo’ che abbiamo a disposizione sul comodino? Leggere Dumas sul proprio cellulare rappresenta il miglior uso dell’interattività che i nuovi strumenti mettono a disposizione?

Secondo noi no: grazie agli ebook si può fare qualcosa di diverso, sperimentare nuove espressioni creative, immaginare un nuovo modo di raccontare, di coinvolgere il lettore, di giocare, spiegare, informare.
Attenzione: non qualcosa ‘di più’, ma qualcosa di differente.

La casa editrice digitale quintadicopertina nasce nel maggio 2010, come luogo destinato alla scrittura, alla comunicazione e all’informazione digitale. Luogo di sperimentazione e di dialogo, e ci auguriamo anche di scoperte.

Un bel progetto, interessante e (da quel che so) molto ragionato. Conosco anche un paio di persone che ci collaborano.

La frontiera del digitale affrontata di petto. Mi piace.