di podcast, di cultura, di educazione

(dieci giorni fa, più o meno, ho scritto questa cosa per inutile: la ripubblico qui, ché comunque la sento molto molto mia e mi piace assai. Non c’è scritto, ma nulla di tutto questo sarebbe possibile senza Giulio D’Antona, nel quale ho trovato una sponda infallibile e ineguagliabile per queste cose folli. Tra l’altro, nei commenti è nata una bella discussione con Federico Di Vita.)

Il primo aprile, quasi fosse uno scherzo, abbiamo fatto partire un nostro nuovo progetto: si chiama La trasmissione, ed è un network di podcast. Per il momento è l’idea di un network, visto che ne stiamo producendo uno soltanto (si chiama Tourette): ma sono in arrivo altri due podcast.

A me i podcast piacciono tanto, e la radio no. Ho provato a ragionare e a capire perché quelli sì e questa no: l’unica costante è che i podcast che mi piacciono sono stranieri: sono abbonato a questi tutti i programmi dei pazzi di 5by5, per dire. Mica solo perché parlano di tecnologia e di Apple: perché parlano di tecnologia e di Apple senza trattare chi ascolta come un bambino da educare: parlano, e non annoiano. Alla radio italiana invece ho sempre recuperato tanta noia e tanta voglia di fare qualcos’altro, anche se nel periodo in cui Condor andava in onda andavo in ufficio contento, tutti i giorni.

Tra la narrativa “tanto a un chilo” e la narrativa fatta con forza c’è una bella differenza: a dei bambini non lo saprei spiegare tanto facilmente, perché coi bambini io non sono capace di fare niente: ma a un adulto forse ci riesco. E sì, si possono educare anche gli adulti: basta non trattarli da bambini. (In realtà, neanche i bambini li devi trattare da bambini: ma non c’entra, e ripeto: coi bambini non ci so fare.) Questo è lo scopo de La trasmissione: fare dei discorsi sulla cultura e quello che ci sta intorno senza annoiare, senza trattare nessuno da scemo, senza mettersi in cattedra. In Tourette si parla per lo più di narrativa ed editoria, e riviste, e il mondo sotterraneo delle cose piccole fatte col cuore, senza soldi, e lo facciamo senza annoiare, senza trattare nessuno da scemo, senza metterci in cattedra. La letteratura non dev’essere per forza salvifica, diciamo nel primo episodio di Tourette: be’, neanche la divulgazione culturale. Noi dobbiamo scatenarvi un interesse gigantesco e inarrestabile, offrendo tanti spunti interessanti (cercando, almeno): però poi quale strada percorrere è una decisione che spetta solo a voi. Se riusciremo a scatenarvi questa curiosità, saremo davvero contenti – e per una volta non ci sentiremo inutili.

(Tourette si registra il giovedì e si pubblica il venerdì: lo potete ascoltare attraverso iTunes, che scarica in automatico le nuove puntate e ve le propone con gentilezza.)

tutti alla finestra

Lunedì Ale e io abbiamo partecipato a Milano a un incontro organizzato da Gallizio editore, in cui alcuni pezzi di Mondadori (nella persona di Antonio Franchini e una piccola squadra di editor e personale dell’ufficio stampa) ascoltavano editori, blogger, giornalisti, ‘esperti’ parlare dell’ebook, delle aperture che consente, della novità, del cambiamento di alcune cose cui siamo abituati, della scomparsa di altre cose cui siamo abituati, e via andare. Si replicava mercoledì a Roma, e non so come sia andata, lì: ma su Twitter puoi seguire i vari tweet sull’argomento alla voce #narrativa12.

Eravamo una quarantina di persone: noi ne conoscevamo per nome, per fama, per Twitter qualcuno, ma il grosso ci erano completamente sconosciuti. Due sole persone avevamo già incontrato: Daniela (che ho rivisto dopo qualcosa come otto anni?) e Andrea di El Aleph.

Abbiamo ascoltato tutto, parlato pochissimo: tante cose dette, alcune molto interessanti; ogni tanto qualche sgommata in territori che non c’entravano una beneamata, ma tutto sommato contenuti.

La sensazione con cui ce ne siamo andati al ristorante cinese, a sera, è che siano in molti alla finestra ad aspettare una rivoluzione che moltissimi danno per annunciata e inevitabile. Tutti con gli occhi lanciati oltre la collina a guardare quando sale la marea, a volte gridando per niente, a volte scusandosi per cose che non si sono ancora verificate o che se anche si verificassero, a qualcuno non dispiacerebbe neanche e andrebbe bene così. La realtà è che la marea sale e scende, ogni sei ore: arriva piano e non è un’onda anomala. Gli indizi ci sono tutti, e il cambiamento è già in atto: solo che alcuni torneranno alla finestra e giacché il panorama sarà quasi perfettamente identico al giorno prima, ricominceranno a lanciare gli occhi oltre la collina, in attesa della marea. Poi tra un anno avranno l’acqua alla gola e si chiederanno dove han sbagliato.

E la cosa divertente è che la marea, dopo sei ore, cala.

{PS: Ale l’ha detta meglio qui.}

abbasso i parrucconi

Giuro che restare serio mentre quei due recitavano così non è stato per niente facile.

tutti al mare, adesso

È un gran numero, ne siamo fieri, e vogliamo che lo siate anche voi. Adesso però prepariamo il prossimo.

(Grazie a Leonardo Azzolini che s’è sbattuto per impaginarcelo.)

È uscito il #46 di inutile. È l’ultimo numero mensile del nostro opuscolo: da adesso in avanti cambia tutto. Tutto.

O forse no.

nonostante l’evidente inefficacia

La motivazione per cui, almeno per ora, non aderiamo è quindi tutta qui: una forma di diffidenza dovuta a quello che c’è scritto in due dei tre manifesti. Al modo in cui vi siete posti, così politico, vago e banale, da essere incompatibile con quella voglia di scavalcare definitivamente la linea d’ombra che avevate annunciato all’inizio.
Non mi sembra, insomma, che Pasolini ve lo siate mangiato. Mi sembra che vi siate limitati a rovistare nelle sue provviste. (continua a leggere su inutile)

(Il mio fedele pard Ale, a nome di tutta la redazione – e quindi anche mio – sui manifesti della generazione Tq.)

cambiare, cambiare sempre

Ho scritto una cosa per INUTILE » associazione culturale, qui, dovuta al fatto che con inutile. opuscolo letterario, da settembre, cambiamo formato. Ecco, inizia così:

L’editoriale dell’ultimo numero finora pubblicato si chiude così:

E come diceva Gesù di Nazareth: «Invecchiare bene. Viaggiare comodi. Far piangere di tanto in tanto le proprie donne».

Io personalmente non so se il buon Gesù di Nazareth l’ha detto davvero, ma mi fido del mio socio Ale, che l’editoriale l’ha scritto davvero. È l’editoriale che cuce insieme il #45, l’ultimo nel formato volantino che abbiamo inaugurato nel 2009: all’epoca era il #20. {continua a leggere}

una notte così

Appena tornato dal Flat (hanno rinnovato calendario, arredamenti, allestimento, sito: gran fighi). C’è stato un concerto di fisarmonica, molto bello, e poi un po’ di letture. Abbiamo conosciuto Franco Ventimiglia di Lettura e altri crimini, e ci è stato molto simpatico. Abbiamo poi letto la Posta del cuore del prossimo numero di inutile, quello che esce tra poche ore. E poi, visto che ero rimasto solo e qualcosa dovevo pur fare, mi son tolto un sassolino dalla scarpa e ho letto Una notte così, di Daniel Wallace, il racconto che ho chiesto e tradotto per inutile nel 2009.

Ecco, era uno dei miei sogni leggerlo di fronte a un pubblico. Finalmente ce l’ho fatta: un anno e mezzo dopo, ma ce l’ho fatta. Dicono anche che non sia andata male. Io ti riporto il testo del racconto, qui di seguito, perché è un racconto meraviglioso. Te lo riporto con gli errori di traduzione che ho fatto e che non son stati notati all’epoca della stampa, e che adesso mi fanno un po’ vergognare, ma chi se ne frega: è un racconto meraviglioso. E tornare a casa, e c’è nebbia che non vedi la fine della piazza, e camminare col sorriso: era un po’ che non mi succedeva.
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domenica 19 a Milano

Dalle 15 alle 16 c’è una bagarre di riviste durante lo slam letterario organizzato dall’Agenzia X (c/o Centro Cox18), e questa bagarre la modero io. Mi fan fare il Gianni Morandi della situazione: o il Marzullo, scegli te.

Con noi Follelfo, El Aleph, Ernest,, Trash hic (nati da poco: i migliori auguri!), Eleanore Rigby, noi di inutile. Insomma, c’è da esserci.

Per informazioni, anche questo post su MRT. Grazie a Matilde Quarti per essersi sbattuta per organizzare tutto.

dai, facciamole anche noi le classifiche!

Sì, facciamole anche noi le classifiche per i primi dieci anni del 2000, o per gli ultimi cinquant’anni, o per il cazzo che vuoi tu!

No.

(A parziale copertura dei delusi, l’abbiam già fatto l’anno scorso. E mi fa ancora male la testa per quell’impaginazione.)

labor limae

Ho molta stima dello staff di 37signals: fanno ottime applicazioni per il web e hanno uno spiccato senso del design. Sulla qualità delle loro webapp posso testimoniare in prima persona: utilizzo spesso Writeboard come piattaforma collaborativa per i documenti, un paio di volte ho usato Ta-da-list, abbiamo un account base-base-quasi-schifo con inutile per Basecamp (anche se non lo usiamo tanto, c’è da dire). Non mi piacciono gli equivalenti made in Google perché non hanno lo stesso senso estetico, non sanno costruire graficamente le loro idee come quelli di 37signals: e poi mi bastano le funzioni “base”. Tra l’altro a livello di design, credo che le uniche cose belle e funzionali che vengon fuori da Google siano la home page di google.com e i risultati delle ricerche (con l’anteprima). Ma questi son discorsi lunghi ed entrano di sguincio nell’argomento di questo post.

In questi giorni mi sono dedicato a una profonda riorganizzazione e ottimizzazione del sito dell’associazione, e ho fatto qualcosa anche per il sito della rivista. Non sono un grafico, anche se mi diverto molto e mi piace tenermi aggiornato – fino a dove capisco, poi è un po’ come la religione, diventa una questione di fede. Una delle varie cose che ho letto sul blog dei 37signals, Signal Vs. Noise, è: se è vero che è tutto design, è anche tutto marketing. Le parole che usi nel tuo sito sono le parole che ti presentano agli sconosciuti, quindi è meglio che siano chiare e precise, e che chi le legge capisca quello che deve capire e non abbia dubbi.

(Sì: si applica a qualsiasi uso del linguaggio, lo so.)

Ho rifatto le pagine che prevedono una transazione economica, per renderle più comprensibili e precise, in maniera che non ci fossero ripetizioni, inceppamenti, paragrafi d’oscura comprensione. Ce n’erano parecchi: perché mi capita di costruire le pagine per i nostri siti alla bell’e meglio, pensando di correggere dopo. E dopo, ovvio, non arriva mai. Credo comunque che sia la cosa migliore, pubblicare tutto quello che è necessario pubblicare subito, anche se è acerbo: meglio avere una cosa e verificare come funziona ed eventualmente correggerla, che aspettare mesi per ottenere la “pagina perfetta”.

Niente di che: adesso volevo solo dire che fare queste cose mi piace anche se non credo potrebbe essere il mio lavoro “vero” (quello che mi dà da mangiare). Fai un salto sui siti dell’associazione e della rivista, dimmi come ti sembrano, se son più chiari di prima. E se non hai idea di come fossero prima, soprattutto le pagine dove si possono comprare le magliette o sottoscrivere un abbonamento, meglio: dimmi se è tutto chiaro, adesso. Tenendo conto che è un cantiere aperto… come sempre.

pop-up magazine

È andata davvero così:

Alcune settimane fa navigavo per internet, tra un sito di letteratura e una rivista online, quando sono incappato in Pop-Up Magazine.

Mi son messo in testa di fare una serie di interviste alle più belle riviste straniere che becco su internet. Ho iniziato da loro, perché mi sembrano i più pazzi e coraggiosi. Altre seguiranno.

L’intervista la puoi leggere su inutile.

com’è andata, a noi, sabato?

Com’è andata, a noi, sabato? È andata che c’erano parecchie persone, che ci siamo divertiti, che si sono divertite (ch’è la cosa più importante); è andata che l’assessore Marco Garbin si è dimostrato una volta di più una persona squisita, affabile e disponibile come sempre, come un mese fa, e io spero solo di continuare questa fruttuosa collaborazione con lui; è andata che Leo riccio ha letto da dio e ci ha fatti ridere come scemi e ha intrattenuto il pubblico con la perizia d’un valletto di lungo corso; è andata che la biblioteca di Maerne è proprio un bel posto, e fare le presentazioni sepolti di locandine fa un altro effetto rispetto a quello cui siamo abituato; è andata che sono davvero orgoglioso dei “miei ragazzi”, e di Leo che ha letto, e di Nicole che ha fatto le solite foto stupende, e dell’altro Leo che comunque s’è sbattuto ad aiutarci a caricare il materiale, e gli altri che sono venuti, e Lorenzo che anche se era tutto acciaccato non s’è tirato indietro, ed Elisa che rimane la migliore segretaria che potessi trovare.

È andata che finalmente son riuscito a conoscere Simone Maria Navarra (quattro anni che ci scriviamo!), e il tempo che abbiamo passato assieme è stato davvero buontempo, e si è divertito pure lui e fa sempre piacere sentirsi dire che hai organizzato un bell’evento dalla persona per il quale l’hai organizzato. (Poi domenica sera siamo andati a cena al Casin dei nobili, si sta bene e si mangia meglio.) Simone è venuto da Roma in un momento piuttosto acquitrinoso, per il clima veneziano: infatti s’è trovato l’acqua non-troppo-alta stamattina, per colpa della quale poi ha anche tirato una capocciata contro un ponte. Roba che spero finirà nel suo prossimo romanzo.

Com’è andata, a noi, sabato? Benissimo.

(Un po’ di foto: le ha fatte Nicole, e non la ringrazierò mai abbastanza. In giornata le carichiamo su Flickr, abbi un attimo di pazienza.)