Il 23 aprile è la giornata mondiale del libro. La mia opinione è che le “giornate di”, in generale, siano delle vaccate: però nel 2009 mi hanno telefonato dalla Radio e TV svizzera perché, proprio per la giornata mondiale del libro, volevano una voce nuova sull’argomento e inutile pareva loro una cosa nuova e meritevole di attenzione. Io, per dirti, non sapevo neanche che il 23 aprile fosse la giornata mondiale del libro. L’intervista venne registrata per essere, nel caso, ripresa nelle loro trasmissioni, e fu imbarazzante. Non sapevo come esprimere il rapporto di inutile col “libro”. Un rapporto marginale eppure stretto, e come cazzo faccio a spiegartelo al telefono in due minuti? Alla fine l’intervistatrice, molto simpatica, mi chiese: «Senta signor Scandolin, ma perché fate quello che fate? perché fate una cosa come inutile, che non è il vostro lavoro, non vi porta guadagni… come mai?» E io risposi: «Perché è la cosa giusta da fare».

M’immagino le algide risate in redazione, lassù in Svizzera. Non sono stato avvertito di nessuna messa in onda, quindi dubito abbiano fatto qualcosa di quell’intervista, se non ridere a crepapelle tra una pausa e un servizio (vero).

Poi io tra l’altro ho delle serie difficoltà con il concetto della “puntualità”. Arrivare in tempo non è il mio forte. Capito sulle cose con qualche giorno di ritardo. Più spesso, con qualche anno. Scopro gruppi storici con decenni di ritardo (due nomi recenti: Ultravox e Decibel). Leggo Madame Bovary e lo giudico un capolavoro, nonostante la mia storica ritrosia verso la letteratura francese, e ne parlo a tutti come dell’ultima rivelazione pubblicata da uno sparuto editore. E tutti, giustamente, mi guardano come se fossi completamente cretino. (Sarà mica che lo sono?) Figuriamoci la giornata-mondiale-del-libro.

Mi costa sudore e fatica arrivare puntuale e capire e scoprire, magari prima di altri. Non dico di essere stato il primo a farlo, ma appena ho letto Altrove da me mi son reso conto di aver trovato una cosa importante. Sono andato in giro a dirlo più forte che potevo. Ho organizzato una presentazione a Padova del libro, nel 2008. Ero tra il pubblico della sua prima presentazione ufficiale (l’ultimo in fondo a sinistra) nel maggio di quell’anno a Vicenza: avevo appena finito di pagare comparse a Trieste, e avevo cambiato un paio di treni e prenotato una stanza in centro a Vicenza, in un alberghetto piccino e carino (ed economico, soprattutto). Sto lavorando a un audiolibro tratto dal romanzo. L’ho fatto leggere, e comprare, a più gente che potevo, e tutti (tutti!) mi han detto che era fantastico, che era bellissimo, ma come fa ch’è così giovane lei ad aver scritto un libro così?, e balle di ‘sto tono.

Potevo quindi non andare a presentare il libro a Faenza, patria di Lucilla? No, non potevo. Anche se è stata una faticata come al solito, e come al solito ho faticato per arrivare in tempo: bloccato a Siena per una telenovela brasiliana, sono stato indeciso fino all’ultimo. Poi sabato piglio e vado. Con Virginia ci troviamo direttamente a Faenza. A Lucilla non diciamo nulla, tutti reggono il gioco. Ci viene a prendere il suo Enrico e ci dice che c’erano un po’ di problemi tecnici con i cavi dell’audio, così ho pure potuto fare lo sborone ed entrare nel locale dicendo: «Ho sentito che ci sono dei problemi, e che avete bisogno di me». (Infatti, è bastato un secondo e il padre di Lucilla ha risolto tutto…)

Com’è andata lo puoi leggere a casa dei Sognatori. Io posso solo dire che ho fatto il cretino, ho cercato di far ridere la gente, di invogliarla, di incuriosirla, di bendisporla ai discorsi di Aldo e agli interventi di Lucilla. In fondo credo che il ruolo di relatore/moderatore sia questo. Non so se ci sono riuscito oppure no, ma 46 copie vendute in una serata non sono mica poche, soprattutto per i piccoli editori di qualità. E se uno fa un editore, vuol dire che dietro al fatturato un po’ ci deve stare, e quindi: tanto meglio.

Però io son sicuro che per Aldo e Francesca c’è una cosa ch’è più importante del numero di copie vendute, ed è la stessa cosa che penso io e che muove me e i miei pard. È quella cosa, imbarazzante, che mi ha giocato l’intervista alla Radio e Tv svizzera l’anno scorso.

È che è la cosa giusta da fare. Ed è bello che la cosa giusta stia dove sta Lucilla, in queste occasioni. Lei è una bella persona, e ti deve bastare. E non c’è mica tanto altro da dire.