postumi

By MS on 17 aprile 2010 — 3 mins read

(Questo è un vecchio pezzo che ho scritto nel novembre del 2007, appena partecipato al Birra perugino. Non l’ho mai pubblicato, anche se l’idea iniziale era di farlo comparire su inutile. Lo riporto qui così come l’avevo scritto allora, senza correzioni di sorta, con tutta l’ingenuità e l’arroganza che avevo. Perché a rileggerlo mi son piaciute.)

Per me finisce domenica sera, poco prima di mezzanotte, che Ale e Daniele corrono giù dalle scale mobili della Rocca Paolina, ma lungo quelle che salgono. Il custode li vede alle telecamere, s’incazza e blocca le scale mobili. Virginia e io ancora sopra: ringraziamo e continuiamo a piedi.

A Perugia ci bazzico stabilmente da un paio d’anni; inutile l’abbiamo presentato qui vicino, a Senigallia: aprile, c’era il sole e c’era Gaja, e Pino, e Gaja ha visto il segnalibro col cavolo e ha detto «È bellissimo!» e io ho chiamato Nando e gli ho detto, «Vedi bastardo che sei un genio?» Il fatto che Birra fosse proprio a Perugia è stato un gran colpo di culo. Pardon, volevo dire: segno del destino.

Io che sono nato a Venezia, e l’umidità delle calli me la vivo addosso tutti i giorni, ci starei sempre laggiù in Umbria, immerso tra i colli che non hanno niente dell’acqua limacciosa e verde che mi sguscia accanto ogni mattina quando vado in ufficio, e dove l’umidità è un concetto molto più relativo della città che si affaccia sulla laguna.

Penso che a Perugia avrebbe dovuto farci un salto Gaja, o Luigi. Ci saremmo divertiti come pazzi. In compenso è venuta Elena, ché erano mesi che non vedevo per più di due ore, e ha svolto alla perfezione il suo compito di fedele braccio sinistro. («Non ti preoccupare: devi solo sorridere.») Poi la sera si tornava a casa con Gabriele che ad ogni curva a gomito, nei vicoli perugini, sbottava «Ecco che adesso andiamo a sbattere: shbam!», a ogni strettoia, ogni angolo.

Il brutto di Perugia è il centro: si sviluppa per lungo e in alto: lungo due file di palazzi e in alto, sulla cima del colle. Così il vento ha tutto il tempo di macinare velocità e quando ci si mette d’impegno tira via di brutto. Ci trovavamo con Vasta alla sera, dopo il corso della Holden nel 2005, tutti intabarrati noi che venivamo da fuori; l’unico a posto era Arturo che in città ci ha studiato. E poi una sera alla pizzeria Mediterraneo a cena con Giorgio e anche Tiziano Scarpa. «Ah, sei di Venezia anche tu?» «Be’, sì, però vivo a Mestre.» «Ah. Be’, io sono anni che vivo a Milano.» Fine del dialogo tra MS e Scarpa.

Intanto però, con un po’ di pioggia e tanto sole (fino a che non calava) in piazza della Repubblica a Perugia la gente ha potuto conoscere una parte del proteiforme mondo delle riviste indipendenti. Quasi tutte letterarie; alcune di fumetti o musica. Ma tutte confezionate con orgoglio e passione. Com’è giusto che sia, d’altro canto.

Ti rimangono dentro i titoli, e dei titoli le facce che hai conosciuto e hanno parlato dei loro lavori. Le persone dietro a nomi altisonanti o un po’ più low profile (ho in mente un possibile futuro slogan per noi: «inutile, la rivista più low profile del mondo»).

Noi qui in redazione abbiamo imparato tantissimo in tre giorni, quasi più che in una vita di scuola. Quando incontri gente che fa le cose che fai tu, e scopri che non sei da solo là fuori a sbatter la testa contro il muro per una qualche idea stupida o meno stupida (la nostra si chiama cultura: declinala pure in tutte le lingue che vuoi, e avrai le riviste del Birra), allora scopri che un motivo c’è. Non è così scontato che un motivo ci sia, ma questa volta c’è. Ha un nome così vasto che non so pronunciarlo, e che poco ha a che fare con la religione. C’entra semmai coi giorni che ci lasciamo dietro e quelli che ci mancano, con quello che abbiamo fatto a fine di ogni giornata, c’entra anche con le persone con le quali ti accompagni. E allora ti guardi intorno, e magari stai parlando della tua rivista dentro a un microfono, cercando di essere il meno parruccone possibile, e quelli con cui ti accompagni li vedi lì davanti a te, mischiati tra altre persone. E capisci che, sì, inutile ha a che fare col fare cultura, e che ci avremo anche messo dentro più di 20mila parole, nei nostri opuscoli: ma inutile ha a che fare con la gente che lo fa.

Che magnifica scoperta d’un sabato di sole! Voglio che i postumi non se ne vadano più.

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