il Re dei cocomeri

By MS on 17 novembre 2010 — 2 mins read

Di Big fish ho già parlato l’anno scorso, grossomodo avrai capito come la penso. (Riassunto: penso che sia un libro fantastico.) Il Re dei cocomeri è un libro diviso in quattro parti: la prima è un Citizen Kane, con diversi personaggi che raccontano la storia, ognuno dal suo punto di vista. Poi c’è il protagonista che prende le redini in mano, e ci porta al finale. L’ultima parte è l’epilogo. Facile, no?

Parole che descrivono il tema del libro, buttate in ordine sparso: famiglia, eredità, tradizione, fuoco, negri, amore, sesso, vecchi, profondo sud americano, nascita & rinascita, morte, cocomeri. Una valanga di cocomeri, in questo libro. Una valanga di cocomeri che hanno reso Ashland la città più importante per il cocomero, per la coltivazione e la vendita di cocomeri, grazie anche a un rito che si è trascinato per centinaia di anni (il rito del Re cocomero: meglio che non te lo spieghi) e che ha fatto in modo che i cocomeri di Ashland fossero i migliori del mondo. Fino a che Lucy Rider non capita dalle parti di Ashland perché vuole starsene lontana, dal mondo. E poi s’incasina tutto, perché Lucy non vuole che la tradizione del Re cocomero continui, perché le sembra sbagliata, perché non è giusta: e per fare una cosa giusta distrugge un’intera comunità. Fino a quando il figlio Tom ritorna ad Ashland, per riaggiustare le cose.

E anche nel Re dei cocomeri, come in Big fish, c’è l’incredibile, esagerata voglia di Wallace di raccontare storie, e il suo incredibile, esagerato amore per l’atto della narrazione. Nel libro tutti i personaggi raccontano la loro storia, e la storia più grande, quella di Ashland e di Lucy Rider. Tutti, tranne Tom: che la deve subire e anche cercare di sopravvivere a tutte queste storie. E attraverso le storie raccontate, Tom capisce chi è e che cosa sarà della sua vita. Il suo destino. E nel Re dei cocomeri, come in Big fish, c’è il raccontafavole per eccellenza, il venditore di case Edmund Rider: che in mezzo alle favole ogni tanto racconta anche qualcosa di vero, e al povero Tom raccogliere le balle buone.

Wallace gira sempre intorno al mito, soprattutto quello costruito “artificialmente” (e se ti interessa l’argomento, consiglio L’invenzione della tradizione di Hobsbawn e Ranger), e di nuovo, come in Big fish, ne scardina le regole, ne rivisita le tradizioni, e produce un libro che si scava la sua tana nel lettore, e s’avviluppa come il viticcio di un cocomero alle gambe di una città che cerca la redenzione.

(Sul sito dell’editore, Tropea, non trovo traccia del libro: per questo ho linkato IBS, all’inizio. Be’, anche l’immagine della copertina è di IBS. Grazie, IBS.)

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