Mi son già rotto le balle di tutta la manfrina sul libro digitale che impazza da qualche mese in Italia, su tutti i giornali, blog, siti, porchemaiale varie. Ale ha linkato questo interessante articolo del Corriere: interessante perché mi dà il polso della trombonaggine degli autori italiani più blasonati (e qualche colpo di aria nuova, per parafrasare Ale).

Per esempio, c’è Giorgio Montefoschi che dice:

(in collegamento da Londra dove sta comprando nei mercatini volumi a metà prezzo): «Ma te la vedi una biblioteca senza libri, una biblioteca inesistente? Ho provato questa sensazione quando sono stato nell’orribile casa del geniale Guido Ceronetti ai Castelli Romani: c’era un bellissimo teatrino, ma non vedevo un libro. Ho fatto un blitz in camera da letto e, sul comodino, c’era Spinoza; mi sono rasserenato. Ma te lo vedi il libro che conta per te, quello che ti tieni vicino, sperduto, invece, dentro le invisibili pagine virtuali? Dove lo metti Menzogna e sortilegio se non ben in vista? Che ti parla sempre, in ogni momento».

Al di là che non si capisce se intende Baruch Spinoza, l’asteroide, o il libro tratto da Spinoza; ma comunque, a Montefoschi replico con Tullio De Mauro, uno che ha 14 anni più di lui.

Vede queste nostre case di professori, ingolfati di libri? Questo non accade in altri paesi.

I suoi colleghi tedeschi, inglesi o francesi non posseggono libri?

Un centinaio, forse qualche centinaio. Ma non è mai capitato di vedere più di tre, quattrocento libri in casa di professori stranieri. Si posseggono i libri di affezione. I classici più amati. È del tutto naturale che per il resto si vada in biblioteca. Insomma, queste pile oscene di libri che si ammucchiano sui nostri tavoli e sulle nostre scrivanie non si trovano altrove. E invece qui, a Roma, in una condizione già privilegiata, con grandi biblioteche di conservazione, se vogliamo accedere rapidamente a un libro, l’unica cosa è averlo in casa.

Quello che lei dice fa pensare a un altro degli effetti della condizione di minorità, per non usare la parola arretratezza, rispetto agli altri. Essa produce un eccesso di individualismo, una cura esasperata dei luoghi privati a scapito di quelli pubblici, che invece negli altri paesi godono di molta più attenzione.

È vero. Possedere i libri diventa un vanto. Giovanni Spadolini aveva una biblioteca di 30mila volumi. Oh, com’è bravo Spadolini. Il mio amico Tullio Gregory ha una splendida biblioteca in casa. Oh, che casa! (…)

(da La cultura degli italiani, conversazione di Francesco Erbani con Tullio De Mauro, Laterza 2004. È un libro splendido, vedi di procurartelo.)

Poi c’è Dacia Maraini che dice: «E poi la tecnologia cambia in continuazione (…). Il libro è uguale a se stesso da quando è nato. È questa la sua grande forza» Gran calma, però: l’ebook com’è oggi non è il futuro per forza. Può essere uno dei futuri della cultura. Il libro non è forte perché è uguale a sé stesso da secoli/millenni: è forte perché la sua forma si è dimostrata la migliore a resistere nel tempo. È la pratica del libro ad aver vinto per così tanto, non la sua teoria: non è che qualcuno, all’inizio, ha detto «Va bene, i libri devono per forza avere le pagine di carta, la copertina rigida, la brossura/rilegatura, e se non ce l’hanno non vanno bene». Adesso vediamo se “l’ebook” (qualsiasi cosa voglia dire) durerà qualcosa più dei floppy disk, ma non è che di base sia inferiore ai libri.

Chiara Gamberale dice che sente «un rapporto stretto tra la pagina che scrivo e me e il lettore». A lei risponde, più sopra nell’articolo, Beppe Severgnini:

«quello che conta è la marmellata, non il vasetto che la contiene. Se la marmellata è buona la mangi volentieri: che sia incartata o che sia spalmata sul vetro dell’ebook. E poi il vasetto ebook si ricicla, lo puoi svuotare della marmellata che non ti piace e riempirlo di quella che ti piace».

Che a me pare una bella metafora, e soprattutto: molto vera.

Poi, oh, sia chiaro: ci sono delle cose molto belle dette da Piperno (che non ho mai letto e conosco davvero poco), da Eco, da Emanuele Trevi. Leggiti l’articolo, che comunque fa bene. Fa “cultura generale”. Io però non tocco più l’argomento (a meno di cose straordinarie, nel bene o nel male) fino a quando non si muove qualcosa, per davvero.