ci hanno portato via tutto? no

By MS on 22 marzo 2011 — 5 mins read

Casa mia a Mestre è piena di libri di McEwan: a mio padre piaceva. Ad alcuni amici piace, McEwan, e comunque è un “autore importante”. Ho detto: be’, dai, leggiamolo. M’è capitato in mano Primo amore, ultimi riti e ho detto: be’, dai, leggiamolo.

Ho iniziato a leggerlo in metropolitana andando a vedere alcune case, a Milano: il primo racconto inizia benissimo e c’era il senso di sentirsi un po’ milanese a fare le cose che fanno i milanesi: leggere in metro. Ma son tanti quelli che lo fanno, eh: leggono in metro. A me fa piacere. Una donna leggeva sull’ebook reader. Mi ha fatto ancora più piacere.

Primo racconto, appunto: bellissimo, anche se con un finale duro. Secondo racconto: bello, anche se con un finale duro. Terzo racconto: sì, bello, inizia a diventare un po’ opprimente l’aria qui dentro. E non ero più in metro da un bel pezzo. Poi ho avuto la bronchite, i cazzi miei, robe da fare per inutile e per Milano, e altre storie: e il libro l’ho un po’ dimenticato.

Sono arrivato al penultimo racconto della raccolta, che si intitola appunto Primo amore, ultimi riti: l’ho letto l’altra sera, in treno, dopo aver impaginato il nuovo numero di inutile e poco prima di arrivare a Milano. Ho finito il racconto, e poi ho chiuso il libro, e poi ho tirato un po’ di bestemmie ad alta voce, e poi ho lanciato il libro contro il sedile davanti. (Vuoto.)

Giusto per mettere le cose in chiaro: McEwan questi racconti li ha scritti da dio, è bravissimo. (E la traduzione di Stefania Bertola è fantastica.) Primo amore, ultimi riti, il racconto, funziona in ogni sua parte, è una bomba a orologeria e non sbaglia un colpo. Non-sbaglia-un-colpo. Questo per dirti che non leggerò più McEwan, e neanche finirò questo libro, non perché è incapace di scrivere. Non è Dan Brown: lì ho chiuso Il codice Da Vinci alla prima pagina, perché non stava in piedi, inciampava: era un altro tipo di linguaggio, e non romanzesco.

Primo amore, ultimi riti (racconto): coppia di ragazzi molto giovani, sui diciotto anni. Vivono in una mansarda sul mare. Lui non sa bene che cosa fare della sua vita, inizia a preparare trappole per anguille col padre mezzo spiantato di lei. Lei, Sissel, trova lavoro in una fabbrica in cui si inscatolano verdure. Il loro amore, che all’inizio del racconto è vivo, inizia a spegnersi: si aliena da entrambi, come Sissel col lavoro. Lui fantastica di buttarla incinta, grumi di materia cremosa e bianchiccia, che da lì nasca una creatura. Il problema è che quella creatura nasce davvero, nella sua testa, e dopo un po’ la sente raschiare contro il muro. Anche lei la sente. Si convincono che c’è qualche tipo di animale, qualcosa, là dietro. Alla fine del racconto, la bestia ha rotto il muro: è un ratto. Grasso, forte, veloce. Incazzato. Riescono ad ucciderlo, anche se sembra a entrambi di compiere un abominio, che è la loro creatura, la conoscono, lei conosce loro, li ha ascoltati fare l’amore, confidarsi, parlare. Accoppano il ratto. Lo spaccano, proprio. Lui lo gira su un fianco e

(…) dall’enorme squarcio che correva lungo la sua pancia spuntò e scivolò quasi libero un sacchetto traslucido e purpureo, e dentro cinque pallide forme rannicchiate, le ginocchia tirate su contro il mento. Quando il sacchetto toccò terra scorsi un movimento, la gamba di uno dei topini tremò come di speranza, ma la mamma era proprio morta e per lui non ce n’era più nessun’altra. (…)

Poi il racconto finisce anche quasi bene, lei che dice: «Oggi pomeriggio puliamo la stanza e andiamo a fare una lunga passeggiata». C’è un barlume, in tutto questo. Ma mi è rimasto addosso lo schifo e il plumbeo di questi personaggi. In tutto il libro – tranne l’ultimo racconto: a questo punto mi rifiuto di leggerlo – ci sono personaggi che si abbandonano completamente al grigiore che li circonda. Non reagiscono, se non per immergercisi di più: vogliamo parlare del protagonista di Farfalle, che molesta una bambina? l’uomo nell’armadio, che traumatizzato dalla madre non riesce a vivere una vita normale? il primo racconto della raccolta, Fatto in casa, in cui un ragazzino gioca a “mamma e papà” colla sorellina? porcamerdadidio.

Poi, non so perché, m’è venuto in mente Carver. Che non è che scrivesse racconti allegri, eh: lì c’è il grigiore della vita di provincia americana, quel mondo di gente schiacciata dal grande sogno, persone mollate nella merda e abbandonate da tutti e da tutto. Non è che Carver facesse racconti che ti lasciavano col sorriso (a parte quelli di Cattedrale: lì la speranza è molto più tangibile), erano storie piene di alcolizzati falliti e distrutti dalla vita. Però erano ubriaconi che reagivano alla vita. C’era un senso (c’era stato un senso) al primo bicchiere “bevuto per dimenticare”. E molto spesso c’è il tentativo di riprendersi la vita, ricominciare, costruire, magari bevendo di meno (passando a bere lo spumante, per esempio, ch’è più leggero…): o provano anche soltanto a rimanere vivi. Mica cose da poco. E magari sono tentativi che girano a vuoto, magari i personaggi tornano al posto di partenza. Ma ci provano. E falliscono. O ci riescono. Ma reagiscono al fottuto grigiore plumbeo che invece in questi racconti di McEwan avvolge tutto e non lasciare respirare niente: come se i personaggi fossero destinati invariabilmente a perdersi nel torbido.

Nel 1975 McEwan diceva di sé (citando dalla mia edizione Einaudi, del ’79):

«Pur non essendo particolarmente ossessionato, ho, come scrittore, un certo numero di ossessioni, che altri autori possono permettersi di chiamare temi.» (…) Le sue ossessioni si sono certamente guadagnate la qualifica di temi, ed è un inquietante piacere ritrovarle tutte qui, in questa opera giovanile: rapporti familiari morbosi e sinistri, situazioni intollerabili, amori torbidi, bambini su cui gli adulti commettono estreme crudeltà fisiche e psichiche. (…) «Credo che nei miei racconti si proietti un senso del male che è di un genere ben preciso, quello per cui uno cerca di pensare il peggio possibile così da propiziarsi il bene». (…)

E infatti per superare il trauma del finale di Primo amore, ultimi riti, ho dovuto ascoltarmi un po’ di canzoni dei Queen per tirarmi su, sennò non ne uscivo vivo. Sbaglierò, ma sono convinto che una persona non debba propiziarsi il bene: deve cercarselo fino in fondo, costruirselo. Poi magari va male (back to square one, potrebbe dire Carver): ma ci hai provato, e spesso – ti dirò – non va neanche così male. Come diceva Freddie Mercury:

Yes it’s a hard life
In a world that’s filled with sorrow
There are people searching for love in every way
It’s a long hard fight
But I’ll always live for tomorrow
I’ll look back on myself and say I did it for love

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