Devo confessare che non sono un abituale frequentatore di mercatini delle pulci. Quando ci capito in mezzo perdo delle buone mezz’ore volentieri, ma non li vado a cercare. Dietro via Torino, a Mestre, c’è un mercatino dell’usato in pianta stabile – almeno, c’era: ci sono entrato due volte, e l’ultima sarà stata dieci anni fa – ed è stata una delle prime volte in cui entravo in questi posti, orgogliosamente riempiti di tutto e del contrario di tutto. Tavoli stracolmi di vestiti usati da qualcuno che adesso non li vuole più (o non li può più mettere), mobili in condizioni adeguatamente stabili da poter essere trasportati nelle nuove case, «quadri per cui qualcuno è stato in posa | un cannocchiale che ha guardato un punto | un mappamondo, due bijou, una rosa | ciarpame un tempo bello e ora consunto» (come dice Guccini in Vite).

Sono anche stato a Camden Town, eh: lì è il mercatino delle pulci elevato a ragione dell’esistenza. Carino. Un po’ dispersivo, un po’ un casino, un po’ troppo. (C’è anche da dire che non ci sono solo pulci, lì a Camden.)

Oggi ci siamo svegliati nella tarda mattinata, sfiancati da tutta la pioggia che abbiamo preso ieri sera; ci siamo vestiti alla buona e siamo andati al mercatino delle pulci che c’è qui a Calvairate, a Milano: è grande, per le mie (sparute) esperienze di mercatini, ed è pieno di tante cose. Tante cose brutte, un po’ di cose belle: ma quello che m’è piaciuto di più è stato vedere chi agli stand lavora, chi li spulcia, quello che si dicono. C’era un signore verso i sessantacinque con un completo color panna e una camicia azzurra fuori dai pantaloni che spiegava a un pakistano (o giù di lì) che il portatile Dell che stava provando supportava fino a 4GB di RAM e un disco fisso fino a 500GB, e il pakistano gli rispondeva che ok, molto buono, ma 500GB son troppi, probabilmente si sarebbe fermato a 160. Intorno a loro altri curiosi, una ragazza della mia età, nera, coi capelli raccolti, parlava con un bellimbusto. Sopra loro, uno striscione azzurro con scritto in campo bianco “Microsoft”: una cosa che ha spostato l’intera scena fuori dal tempo e dal mondo, immerso nel ghiaino bagnato dalle piogge e il fango attraverso cui devi passare per raggiungere gli stand.

(Ho trovato anche una copia del videogioco di Discworld, che comprerò appena avrò un po’ di soldi!)