in circolo

(Questa notte ho sistemato un po’ di racconti. Ho rivisto alcuni vecchi appunti per qualche nuovo pezzo. Sai mai che scrivo ancora qualcosa prima di tirare i remi in barca. Nel frattempo, pubblico questo In circolo: perché è a metà tra uno sfogo e un racconto, e merita molta attenzione e riscrittura, ma sta in piedi da solo e parla da solo. MS)

A un certo punto la campagna diventa periferia, con i campi cementati e scementati in tempi diversi, con ritmi privati e pubblici di diverso spessore, diversa importanza. Ciuffi d’erba che si sostituiscono al cemento e poi l’asfalto che torna, tre o quattro chilometri che corrono così sotto all’autobus. L’erba è verde ma è verde plastica, è erba figlia di faglie malate, foglie marce di inquinamento: guarda che qui c’è Porto Marghera, che ti credi, che tutto sia a posto? Guarda che qui tra qualche anno verranno a costruire il più grande parco d’Italia, il più gran parco d’Italia, che poi è un pacco, te l’hanno spiegato, è grande un decimo di quello che dovrebbe essere: a progetto ultimato sarà il più grande parco d’Italia, per il momento è solo una presa per il culo buona sola per festival musicali e il Papa, che fa un saltino in primavera, tra dieci anni. E l’autobus comunque non ci passa per di là, passa vicino a un altro parco, è quello dove facevi manca, bruciavi scuola e giornate all’aria, oppure alla biblioteca. C’era lei che ti guardava e c’eri tu che la guardavi, che poi è buffo, due si guardano e vedono due persone diverse da quello che sono: lei vedeva te, tu vedevi l’amore dei tuoi quindici, sedici anni. E non vedeva altro che te, e una volta o due hai anche pensato “basta”, hai pensato proprio “basta, se lei deve fare così io cosa posso fare?”, sei scomparso per tre o quattro giorni. Che lei era così, dieci, quindici anni fa: lei non si rendeva mica conto. E neanche tu, mentre l’accompagnavi a casa ogni giorno alla stessa ora e parlavate, o stavate abbracciati fino a dopo pranzo, senza pranzare, “e me lo darà un bacio, oggi, no?” e invece no, niente bacio, niente di niente, perché tu eri più importante di chiunque altro e valevi meno di una telefonata con il tipo che le piaceva sul serio, oh quello sì che le piaceva, quello sì che giù baci e carezze in corridoio, e tu a schiumare come una bestia colpita di striscio da un martello, sulla testa, come le bestie che mandano al macello ma colpita da uno che è la prima volta che lo fa e un po’ gli dispiace, piange perché è la prima volta che macella un animale, cristo gli occhi sono quelli miei hanno paura, questo pensa il ragazzo mentre appoggia il martello pneumatico sulla tua testa di bue ma non ha il coraggio di tener ferma la mano, non vuole, non gli riesce e gli riesce invece di colpirti di striscio, ti fa anche più male, e così lei pure, animale buttato al macello che eri e stupido e felice che ti sentivi. Non cambiava niente se provavi a parlare, o a comportarti diversamente, anche se ora neanche ti ricordi tutte le volte che ti ha ferito, colpendoti di striscio col martello pneumatico sulla testa, ora è tutto cambiato, non abiti più là: e neanche Gino Paoli l’ascolti più. Sepolto tra i cd e le cassette che hai chiuso nella soffitta dell’appartamento di tuo padre, son lì a raccontarsi com’era e come non sarà. Tuo padre invece sarebbe il caso di andarlo a trovare, ma ogni volta rimani al sabato successivo: finirà che non lo riconoscerai per strada, e vi passerete accanto, e quando tu non lo saluterai lui non riuscirà a dire niente, perché c’è questa cosa dei vecchi – i vecchi, no: le persone che invecchiano – c’è questa cosa nelle persone che invecchiano che le lascia stecchite, ferme a guardare il tempo che passa, ed è una cosa brutta, una cosa che hai provato anche tu di tanto in tanto, perché è normale. Loro, che invecchiano, non ce la fanno a sentire di essere inutili, o invisibili, o anche solo sentire il tempo che passa (per poi bloccarsi a guardarlo passare, perché si sentono inutili, o invisibili, o non sanno che cosa stanno a fare al mondo). Prega di non arrivarci, a quel momento, prega di non arrivare a dover sorridere a uno sconosciuto al supermercato perché ti prema il tasto della lattuga romana che tu non vedi bene sul quadro della bilancia elettronica, prega di non arrivarci, che sennò ti tocca anche sdrammatizzare con un «Com’è brutto invecchiare» detto con un sorriso tirato, una cosa che lo sconosciuto potrebbe anche sorriderti di rimando, ma gli hai rovinato la giornata e forse la vita, per la vita. Prega di tenertele per te queste cose, anche quando passerai di fianco a tuo padre senza riconoscerlo, così che lui si fermerà in mezzo al marciapiede e ti guarderà passare e ti fisserà senza che tu te ne accorga. Lui si però che se ne accorgerà, e a casa poi siederà in poltrona, magari con un bicchiere di rosso, quello che gli porta su ogni tre venerdì il signore dell’enoteca sociale in fondo al quartiere, lui che l’anno scorso era novantanove chili e poi l’ultima volta che si è presentato tuo padre ha visto che era dimagrito, s’è reso conto che non c’erano più, quei chili, e il segreto è solo la dieta, gli ha fatto il signore, la dieta e basta, «e mollare quella buela di mia moglie» e allora tuo padre avrà fatto una risata e il signore dell’enoteca gli consegnerà i tre bottiglioni pieni, tuo padre gli renderà i vuoti, si scambieranno venti euro e il resto di qualche moneta, «Ci vediamo il mese prossimo», ma quanto sudava e ansimava quando pesava novantanove chili, fino all’estate scorsa, quanto sudava, e il fazzoletto di stoffa col quale si asciugava, diverso ogni volta, non ne ha mai visti due uguali, tuo padre. Il signore dell’enoteca scendeva da casa di tuo padre, senza ascensore, con un affanno addosso e la paura dell’infarto, e adesso che ne ha ottantasette, di chili, scende giù le scale quasi volando, quattro piani come se non esistessero, anche se quelli che non esistono sono dodici chili che aveva sulla schiena, sulla pancia, peso che lo schiacciava a terra e ogni giorno gli logorava le ginocchia e i legamenti. Scende le scale e attraversa in ape il quartiere, che da bambino conosceva così bene e adesso confonde le facce, sembran tutti uguali, tutti scuri, tutti gialli, anche se la signora che manda avanti la rosticceria cinese in fondo alla strada la riconosce, lei sì, ma se lo ricorda che in fondo alla strada c’era una rosticceria italiana, quando tu e suo figlio avevate dieci, dodici anni, e ci comprava tutte le domeniche il pollo e le patatine, li portava su e gridava entrando e sbattendo la porta, «Pollo!» e tirava la ‘o’ fino a che non gli moriva il fiato, pover’uomo che già all’epoca andava verso i novanta, che domeniche speciali che dovevano essere. E poi la buela della moglie che adesso vive col fratello che è più vecchio di tutti, e sta ammattendo, sta sulla finestra quasi tutto il giorno e bestemmia dio e la madonna per le cose, porco dio per i torti che gli han fatto, è sempre colpa di qualcun altro, e se vivi tutta la tua vita così prima o poi ti salta un collegamento tra la ragione e la realtà e tutto quello che ti ritrovi a vivere è un enorme senso di sottomissione, verso il mondo, verso tutti, amici che non hai mai avuto (li aveva, ma di botto diventano nemici), tutto quello che si ritrova a vivere il fratello è una vita che gli sembra di merda e l’impossibilità di vendicarsi, a parte nella sua testa, nella sua testa sono tutti ai suoi piedi, è la realtà che non lo vuole capire, sono i collegamenti saltati che non stanno al loro posto e se la realtà non può cambiare, la ragione va in pezzi e porca madonna tutto il giorno dalla finestra, una sigaretta via l’altra, e sua sorella vive con lui per stargli vicino, fargli da mangiare, aiutarlo come è possibile, quanto lui vuole farsi aiutare. Il signore dell’enoteca scende le scale e pensa che magari sua moglie voleva solo un aiuto col fratello e lui non gliel’ha saputo dare, è per questo che lui s’è messo a dieta e vuole ricominciare da capo, anche se ne ha cinquanta suonati, anche se non c’è più il tempo in cui mentre lui imparava i colori del vino e cosa dire per ogni varietà, tu e suo figlio giocavate assieme nel cortile di scuola, tuo padre iniziava ad avere disgusto della scuola e del lavoro, e tutto sembrava così inevitabile, per te come per i grandi, alla domenica seguirà il lunedì e il martedì e il resto dei giorni, e coi giorni il tempo da passare con gli amici, quello con la mamma e il papà, il tempo dei giochi e quello della televisione, e commuoversi per Capitan Harlock che viene ferito alla faccia e spaventarsi per Capitan Harlock che viene ferito alla faccia, e quelle son cose che ti s’impolverano dentro, roba dura a venire via, robe che un pomeriggio d’estate, disteso su un prato a guardare tuo padre che cerca di far volare un aquilone, roba che avete fatto dozzine di volte, roba che lo guardi col filo in mano e la faccia tesa e i mocassini che non ha tolto mai, gli occhiali di traverso sul naso, e ti viene in mente e non sai fermarti, canti in mezzo all’aria vuota di montagna «Nei suoi occhi c’è l’azzurro, nel suo braccio acciaio c’è», e tuo padre aveva una volta i capelli neri, e non è mai stato un operaio dal braccio forte, solo un tecnico di laboratorio che sapeva i colori delle molecole, però sei lì che canti la sigla di Capitan Harlock e quel che ti viene in mente, ma solo anni dopo, quando hai finito il liceo e a casa non ci vuoi stare più, ti viene in mente che se c’è una maniera con cui tutti i papà dovrebbero venire fuori dallo stampino con cui li fabbricano è avere l’azzurro nell’occhio, tipo che guardano avanti, non si arrendono mai, qualcosa di retorica così, e l’acciaio nel braccio, ma con tutta la consonanza, “nel suo braccio acciaio c’è”, perché un papà non può mica fermarsi, cristodio. Son cose che non registri coscientemente, ma tornano tutte, una dopo l’altra, come ti tornano le curve dell’autobus che ti portava da quella ragazza che non hai saputo distruggere al liceo, tornano tutte. Come tuo padre che le vede tornare in una delle foto che tiene sotto il letto, una scatola da scarpe con scritto a penna “foto” e dietro ognuna la data e il luogo, e anche le persone, per quelle in cui c’è gente che non è di famiglia, e non saprai mai quale foto sta guardando adesso, a quale foto affida la descrizione della sua vita perfetta di vent’anni fa, quando tutto sembrava così inevitabile, dopo la domenica il lunedì e il martedì e via in un cerchio che non può fermarsi mai, non deve cambiare mai. Tu un giorno aprirai quella scatola e ci vedrai dentro le stesse facce che sta guardando lui, ora, e come lui le ricorderai, o le ricostruirai da dettagli sguinci, riconoscerai un maglione di lana infeltrita, rosso fuoco, proprio da intellettuale engagé, un maglione che adesso ti ricordi indelebile addosso a tuo padre, ma che non vedevi dai tuoi cinque, sei anni. E ricordi i tuoi vestiti, la felpa che mettevi all’ora di ginnastica, ricordi quanto cazzo era alta la libreria del salotto, e come ci arrivi facilmente, al penultimo scaffale, e poi ti fermi su una foto e non sai che cosa stai facendo, cosa stai aprendo. Pensi solo che erano belli, e sembra che anche tua madre, da come gli stringe la mano di fronte al sindaco, sembra che anche lei fosse d’acciaio (le virtù dei padri possono, in certi casi, applicarsi anche alle madri, soprattutto l’acciaio e l’azzurro). Pensi solo che erano belli e magari qualcosa di quello che stava per succedere loro lo inizi a capire tu, adesso, e avrete ormai quasi la stessa età, sono le stesse ombre le vostre, potrebbero confondersi per la strada, scambiarsi, tornare a casa con padroni diversi dallo stesso odore, stesso sangue, loro erano belli e non sapevano che cosa sarebbe successo nei trent’anni da quella foto e quel sorriso irripetibile. Tu lo sai e ci fosse un modo gliene parleresti, a quelli della foto, gli diresti cosa è successo, e il fatto è che non puoi, e aprendo quella scatola che tuo padre ha smesso di aprire da qualche settimana ormai ti si accende in testa, come torce che prendono fuoco in sequenza, è una parola sola, ed è mancanza, ed è una strada che s-cementa tra i campi e l’asfalto, costruzioni a tempi alterni, chilometri di strada che sai dove sono, sai come arrivarci, e sai che non puoi farlo.