Mi sembra assurdo che sia venuto tutto da sé, ma è così: mentre di là ho intrapreso un piccolo lavoro di selezione e condivisione di cose che mi paiono interessanti e meritevoli di selezione e condivisione (per lo più link, ma non solo), qui da settembre in avanti mi sono preso la libertà di fare dei discorsi un po’ più lunghi del solito. Non è stato premeditato, ma girano intorno alla morte di mio padre. Forse è una maniera complicata ed esibizionista di elaborazione del lutto, forse è solo che mi son sempre trovato meglio a scrivere certe cose, più che parlarne. Bella domanda: ma hai la libertà di saltare queste righe e questo sito, anche: magari ti diverte di più il Tumblr.

Stamattina sono incappato in questo splendido racconto di Dave Lucas pubblicato sul sito di Granta: si intitola That Father Lost e in più di un passaggio mi sono trovato con gli occhi lucidi, ad accarezzare il gatto che si era disteso lungo la scrivania mentre leggevo.

A pensarci bene, il gatto e certi libri che ho portato qui a Milano sono l’unica cosa tangibile che sia rimasta di mio padre, a parte me: In this world, Father, I am what is left of you. (No. A lie. A self-aggrandizement. So much more is left behind. And less). Ho cambiato città, vita, frequentazioni abituali. Le persone che incontro tutte le settimane non hanno mai conosciuto mio padre, non possono fare paragoni tra la mia faccia e la sua. Ci sono cose che ritrovo e mi ritrovo addosso, come dicevo a settembre, altre che invece andranno perse e non sono sicuro che non ci sia premeditazione, in questo volerle perdere.

Credo che il rapporto con mio padre sia stato piuttosto buono fino a qualche anno prima della sua morte: negli ultimi tempi era tutt’altra cosa dal rapporto stretto e condivisione di cose che lascia capire Lucas. Ma ci sono cose che sono uguali a qualsiasi esperienza, come queste: the words are all wrong, per esempio. Two quite men in suits covered him and carried him out of the house.

Si crea uno spartiacque che non si può colmare, tra chi ha visto e chi non c’è ancora passato: chi ha visto il cadavere di uno dei genitori, e chi no. (C’è uno spartiacque ancora più fondo, credo, tra quelli come me che i genitori li hanno avuti, e chi non li ha mai conosciuti: quello è un bel casino, ma non ho alcun elemento utile per poterne parlare.) È una cosa che ti prende all’improvviso, come fare l’amore per la prima volta: fino a un secondo prima fai parte di un grande gruppo di esseri umani e il secondo dopo fai parte del gruppo opposto, e cambia tutto per sempre. È una cosa che poi è molto difficile da spiegare a chi non ha fatto il salto tra i gruppi, anche se sei uno come me, che aveva qualche velleità da scrittore (raccontare le cose, la vita, eccetera). È la consapevolezza chiara e netta, come dice Lucas, di non essere più il figlio di qualcuno: I am no man’s son. L’hai avuto, un padre, e per certi versi ci sarà sempre. Ma non c’è più.

All’inizio dell’anno ho detto che ogni tanto mi prende l’idea di sedermi e scrivere una lettera a mio padre, raccontargli come stanno andando le cose, come sono cambiate, in cosa sono cambiate. Non penso che lo farò mai, perché non credo che di lui sia rimasto qualcosa di più di un mucchio di cenere in un loculo: così come non m’è mai venuto in mente di andare in cimitero di fronte alla sua piccola lapide, così non scriverò niente se non questi piccoli post. L’unica cosa che vorrei sapesse, e non saprà mai, è che anche nei momenti più brutti non è stato un cattivo padre (alla peggio: le cose si imparano anche per contrasto), e che mi sarebbe piaciuto poter parlare di più e meglio, e spiegare e farmi spiegare tante cose. Forse il gioco cui dovrò giocare per il resto della mia vita è scendere a patti con questi pochi fatti: gli anni brutti della vita di una persona non possono essere salvati, se manca uno degli attori principali. Diventa un gioco in solitaria, duro da portare avanti.

This is no elegy for you or else where is your life in it? This cannot be for you; you do not need it. This is the elegy a hurt and selfish child writes for himself.

(Tutte le parti in inglese provengono dal racconto di Dave Lucas citato in apertura.)