Ogni tanto m’è capito di sentirmi chiedere, «Ma perché ti piace Star Trek?» La risposta è semplice e incasinata allo stesso tempo, e di solito non ci provo neanche: spesso chi me lo chiede è un fan di Star Wars e parte pieno di pregiudizi – gli stessi, opposti, che ho io verso la creatura di George Lucas, c’è da dire – quindi non ne vale la pena. Oggi ci provo, vediamo cosa viene fuori.

La base di Star Trek è una visione ottimistica del futuro: un futuro dove grazie alla collaborazione, all’intelligenza, alla repressione degli istinti più triviali che ci abitano, l’umanità avrà raggiunto e colonizzato le stelle, e vivrà in mezzo ad altre civiltà evolute. Prevede che ci sia un costante lavoro di miglioramento di noi stessi, e prevede che sia la parte migliore di noi a combattere, non la peggiore. Magari non vince: ma è lei che deve combattere. Niente prima o dopo Star Trek mi ha insegnato quello che so sul rispetto per gli altri, sulla necessità del dialogo e della comprensione. (In misura minore anche Battlestar Galactica, quella del 2004, ha questi temi.)

Nei primi anni ’90, quando mi sono innamorato dell’Enterprise, non c’erano modi di seguire la serie se non stando attenti alla programmazione isterica e bipolare di Italia1, e poi quando è arrivata Deep Space Nine anche la Rai ci ha dato dentro, a palinsesto irrazionale. Io ho avuto la fortuna di avere uno zio che per lavoro viaggiava molto, e un paio di videocassette dall’Inghilterra le ho recuperate tramite lui. A Venezia c’era la Solaris, il cui proprietario era un trekker sfegatato, e lì ho comprato lo Star Trek: The Next Generation Companion, che poi è diventato il mio riferimento personale per giudicare tutte le enciclopedie o i volumi monografici che ho tenuto in mano da lì in avanti.

A parte queste coincidenze, non è che ci fossero tante occasioni per sfogare la propria passione: fino a quando non incrociavi lo Star Trek Italian Club. Fondato nel 1982 da Alberto Lisiero e una manica di pazzi, si proponeva di fare quello che dovrebbe essere lo spirito di qualsiasi fan club: raccogliere gli appassionati, permettere loro di parlarsi e confrontarsi. Sentirsi parte di una comunità, sentire che le cose in cui credevi erano condivise e apprezzate da altri.

Non ho mai partecipato attivamente allo STIC, ma mi sentivo parte di quella gente lì: erano come me. Per un ragazzino di dodici, tredici anni o quanti ne avessi all’epoca, era tantissimo.

Ho saputo oggi che Alberto Lisiero, l’Ammiraglio dello STIC, è morto il 2 gennaio per un infarto. Non l’ho mai conosciuto, e saran quindici anni che non rinnovo l’iscrizione allo STIC, ma quando l’ho saputo ho pianto un po’ (lì nel grande open space dell’ufficio, cercando di non farmi vedere). Se sono come sono oggi, è anche perché ho avuto accesso a una pletora di materiale che mi interessava: sicuramente meno di quello che c’è oggi in giro, ma per l’epoca abbondante. Ed è per merito dell’Ammiraglio, che riuscì a farmi sentire meno solo.

Grazie.