Buondí, metanarrazione

By MS on 4 settembre 2017 — 1 min read

Non pensi ce ne sia bisogno, di specificare che certe cose sono esagerate apposta, poi scopri che invece ce n’è, e manco poco.

Indignarsi per uno spot platealmente demenziale, ma riuscito e molto divertente come questo, rinforza un’idea terrificante, cresciuta negli ultimi anni: che nessuna narrazione, nessuna affermazione sia ammissibile se “tocca” qualcuno, se offende qualcuno o se qualcuno si sente offeso. E non stiamo parlando di messaggi razzisti, sessisti, omofobi: stiamo parlando di una merendina. Tutto questo, per me che racconto storie di lavoro, è un problema. Perché restringe drammaticamente il campo per chiunque voglia raccontare storie, che sia uno spot o un film, una serie TV o in un fumetto. Se restringiamo il campo per paura di offendere, resta solo quello che non fa paura a nessuno. Che non “tocca” nessuno. Quindi, il nulla. Quindi, il minimo comun denominatore. La cosa che “non fa male a nessuno”. Quella che ci aspettiamo, che non ricordiamo, che non lascia tracce. Per uno spot un messaggio banale è una missione fallita: per un narratore, ancora peggio. E per cosa, poi? Per paura che qualcuno si offenda? Stiamo parlando di professionisti della comunicazione, non di gente che non sa comunicare. Ma quei professionisti, la prossima volta, avranno paura di tirare fuori un’idea bella ma “sovversiva”, che possa anche lontanamente offendere qualcuno. E scatterà l’autocensura, che è ancora peggio.

Bell’articolo di Robert Gagnor sul Post di oggi. C’è da dire che la risposta in calce al post amplia il discorso e comunque non è da tutti fare come ha fatto il presidente dell’associazione AIART: dialogare.

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