Il mondo che potrebbe essere


Al debutto di AppleTV+ lo sforzo, in termini di marketing, si è concentrato su quelli che sulla carta potevano essere degli ottimi cavalli vincenti: The Morning Show e For All Mankind. Devo ancora vederli, quindi non posso esprimermi: da quello che ho sentito nei vari podcast che seguo, il primo show è fatto bene, è carino, ma niente di stravolgente; mentre l’ucronia del nuovo telefilm di Ronald D. Moore pare essere uno spettacolo notevole. Il resto del palinsesto, passato decisamente sotto i radar. Ho visto Dickinson, e la prima stagione m’è piaciuta molto più della seconda, ma posso capire perché non abbia fatto il botto, ecco.

Adesso però che ai piani alti sanno quanto è piaciuta la prima stagione di Ted Lasso, il volume di fuoco è incredibile: hanno capito di avere un vero cavallo vincente, di averlo maltrattato l’anno scorso, e si son decisamente rifatti. Qualsiasi presentazione di Apple di quest’anno conteneva almeno un riferimento alla serie, Tim Cook in persona ha presenziato a una premiere della nuova stagione, negli Apple Store stanno distribuendo adesivi di Ted Lasso. (Piuttosto brutti, peraltro.) Si son resi conto della cazzata fatta sottovalutando la serie e stanno cercando di recuperare.

È ovvio che non a tutti può piacere, o piace, Ted Lasso. Il protagonista, il suo ottimismo, il fatto che è una serie che mostra un mondo che non esiste. Molte persone invece ci son rimaste sotto, io per primo: poi succede una cosa divertente: tante di queste persone che ci son rimaste sotto non riescono a starsene zitte e parlano di Ted Lasso a chiunque. Ricordo di aver rotto i coglioni a questa maniera nei primi anni 2000, quando son passato da Windows a Mac, ma per una serie? Certo, mi tiri in lingua sulla fantascienza ed è garantito che io tirerò fuori Star Trek o Battlestar Galactica, ma non mi metto in modalità evangelizzatore. Con questa serie invece m’è successo, e so che altre persone cui ho stracciato le balle hanno poi visto la serie e a loro volta hanno diffuso il verbo. Non è un caso: la serie ti mette un buonumore, una speranza nelle altre persone, e una voglia di darti fra fare per migliorare le cose che è insostenibile, sotto certi aspetti.

Lo fa sottilmente, con una gentilezza e un sorriso sincero che non si vede tanto spesso.

Adesso arriva la seconda stagione e sono impaziente, per usare un eufemismo. Ho saputo che il grosso della scrittura di queste puntate è stata fatta prima dell’uscita della scorsa stagione, prima cioè che showrunner, sceneggiatori e produttori fossero a conoscenza delle reazioni del pubblico e capissero quali sono i punti di forza della serie. Sicuramente ci saranno stati rimaneggiamenti, è ovvio: ma mi rincuora, stupidamente, sapere che l’hanno preparata senza poter sfruttare i punti di forza del loro format. Sono abbastanza sicuro del fatto che non verrebbero sfruttati in maniera bieca e miope, questi punti di forza, ma meglio così.

Ai critici televisivi statunitensi hanno girato già le prime puntate (penso le prime tre, o le prime quattro, non lo so) e per il momento sono entusiasti. C’è una serie che ti mostra che la gentilezza vince, che essere cinici e moralisti non serve a una benemerita ceppa (neanche nel breve termine: e se hai visto l’ultima puntata della prima stagione sai a cosa mi riferisco), e in questo momento storico viene apprezzata da tutti: pubblico e critica. È quasi commovente.

E niente: volevo sfogarmi un altro po’, parlare a vuoto attorno a una cosa che mi piace tantissimo e che domani ritorna con la prima puntata. Domani torna un mondo che non esiste, e non è fantascienza, non è distopia: è quello che potremmo essere tutti noi, quello che potrebbe essere il mondo, se fossimo curiosi, non giudicanti, moralisti.