La grammatica della corsa


Quando i miei quarant’anni hanno iniziato a mostrarsi all’orizzonte, placidi e indolenti, ho deciso che era arrivato il momento di correre: è uno delle pochissime attività sportive che mi piacciono, assieme alla bicicletta. Mi ero costruito un piano secondo il quale nel giro di qualche settimana sarei arrivato a correre una mezz’oretta al giorno, per almeno tre giorni alla settimana, partendo da casa prima delle 7. Il corollario, altrettanto positivo, è che mi sarei obbligato a svegliarmi presto, una cosa che mi è sempre piaciuta e che poi per un motivo o per un altro spesso va a finire che mando in culo. Da notare che non mi piace perché guardare il sole che sorge mi mette in pace con me stesso, ma perché mi sento meglio a iniziare presto la giornata, e mi sento più produttivo in questo modo.

Ho deciso ad aprile, ma prima della fine del mese non sono mai riuscito a mettere in pratica il buon proposito di stocazzo. Poi a un certo momento, mi pare fosse il ponte del 25 aprile, mi sono tirato su con la sveglia che avevo impostato e sono andato a correre. Per un paio di settimane sono arrivato a boh, una decina di minuti, che però facevo con sempre più sicurezza. Poi a un certo momento mi sono bloccato sui 12’-15’, senza riuscire mai a rompere quel muro. Ci sono riuscito a giugno, con un trucchetto veramente sciocco (è dovuto arrivare Adam Sandler col suo monologo in Hustle per sbloccarmi, giuro). Poi da quando ho spaccato quel limite sono riuscito a migliorarmi sempre di più: prima di interrompere per motivi di spostamenti tra Milano e il Veneto ero riuscito ad arrivare a 22’, piuttosto ragguardevole per me.

Sono passati dieci giorni abbondanti da quei 22’. Lunedì sono finalmente tornato a correre, facendo 11’. Oggi ne ho fatti 16’. Domani probabilmente tornerò sulla ventina.

La cosa che mi ha colpito oggi è che se avessi avrei potuto probabilmente continuare e raggiungere quei 20’, già stamattina. Quando sono rientrato non ero particolarmente stanco, e anzi mentre rientravo ero indeciso se allungare un po’ e Non so perché non l’ho fatto: probabilmente perché penso che si migliori con piccoli progressi e non con strattoni, e preferisco tornare gradualmente a un traguardo già raggiunto che non travolgerlo a muzzo tanto per potermi beare di avercela fatta di nuovo. Però il senso di questo post è: ci sto mettendo dei mesi, sicuramente c’è gente migliore di me che in tre mesi starebbe correndo per 45’ tutti i giorni, e non una ventina tre volte la settimana. Ma il mio corpo si sta abituando, pian piano, e si sta rafforzando. Quello che mi sembrava irraggiungibile all’inizio, che mi lasciava ansimante per strada, adesso è lì a portata di mano – anzi, già l’ho conquistato.

Ci abituiamo a tutto, e a tutti, specialmente nelle accezioni più negative. Ho scritto questo post perché una volta ogni tanto è bello rendersi conto che ci si abitua anche alle cose positive.

(Il titolo richiama direttamente un bel romanzo di Fausto Vitaliano. Fausto è un amico, quindi magari ti puzza che dica che è un bel libro: leggilo poi dimmi, magari.)