la guerra tra Cannes e Netflix

Ho scritto un pezzo su Netflix, lo streaming, la morte del cinema inteso come luogo fisico, ché alla morte del cinema come linguaggio non credo, e insomma: l’ho scritto per No Rocket Science e lo trovi qui. (NRS è anche un bel progetto che puoi seguire quando e come ti pare, eh: per esempio su Twitter!)

Il festival di cinema di Cannes pretende che i film in concorso siano stati al cinema, inteso come luogo dove si vedono i film, per un periodo di tempo ben definito; comunque questi film possono comparire in home video o sui servizi di streaming dopo tre anni dall’uscita nelle sale. Netflix ovviamente di fronte a limitazioni come queste si sente minacciata nel senso stesso della sua esistenza: ha ritirato tutti i film, in concorso o fuori concorso, da Cannes. <continua>

ma vorrei ben vedere

Ieri Fabio Deotto ha linkato un pezzo di Janet Frishberg uscito su Electric Literature, intitolato It’s Okay to Give Up on Mediocre Books Because We’re All Going to Die. Il titolo dice molto dell’articolo in sé, ed è un concetto che ho sposato molto tempo fa (quand’ero molto più giovane di lei, sarà l’influenza gucciniana su di me?).

I’d learned two things in particular that helped me quit. One, I realized literally NO ONE cares if I give up on a book except me. (And maybe the author, if I told them, which I wouldn’t do because…no.) Two, I realized that I’m going to die.

Moriremo tutti, quindi vediamo di non sprecare il nostro tempo. Vale per i libri, per i film, per la musica, per i rapporti personali.

Cosa si dicevano Lega e M5S prima delle elezioni

Non è che non si possa cambiare idea, né che non sia possibile scendere a compromessi per poter portare avanti un lavoro. Anzi, entro certi limiti i compromessi aiutano a portare avanti un lavoro. Ma qui si sta parlando di un partito (Movimento 5 Stelle) che ha passato tutta la sua carriera politica ad ammantellarsi di un’integrità morale superiore a quella di chiunque altro, compresi quelli con cui oggi sta avendo numerose trattative. Non è questione di coerenza, né ce l’ho con il realismo e il pragmatismo. È una questione morale, proprio.

Dopo il voto congiunto tra Lega e Movimento 5 Stelle, che ha permesso di eleggere i presidenti di Camera e Senato, Matteo Salvini ha detto che “i 5 Stelle si sono dimostrati affidabili”, mentre Beppe Grillo ha definito il leader della Lega “uno che mantiene la parola data”. In vista di un eventuale governo insieme, sembrano segni di grande rispetto e clima disteso, insomma. Prima delle elezioni, però, le dichiarazioni dei rappresentanti dei due partiti su possibili alleanze e stima reciproca erano leggermente diverse: le abbiamo condensate in tre minuti.

elaborazione del lutto elettorale/2

Sono sconvolto dal risultato elettorale. Non perché il partito che ho votato sempre, nelle sue diverse incarnazioni, sia stato mazzato così tanto. (Nota bene: a queste elezioni non l’ho votato, preferendo sostenere la coalizione attraverso il voto a un altro partito.)

Quello che mi sconvolge è vedere come, a numero di votanti sostanzialmente invariato, il paese in cui vivo ha deciso di essere, per i prossimi cinque anni, violento, razzista, omofobo, arrangiato. Ho deciso di raccogliere qui gli articoli che incrocerò e che parlano del risultato, dei prossimi mesi, del futuro. Per la prima volta ho paura davvero. E non voglio dargliela vinta, alla paura. Il senso di questa raccolta è elaborare il lutto, riuscire a capire meglio (provarci, almeno) e ricostruire.

Ho deciso che sorriderò di più agli sconosciuti, in tram, per strada, sul treno. Soprattutto quando sono di cattivo umore. Che cercherò di essere più paziente di prima, con tutti. Ho pensato che ricostruire questo paese passa anche attraverso i gesti di gentilezza più basilari, la ricostruzione della fiducia tra le persone. Poi certo, c’è la possibilità concreta che – come dice Enrico Sola – questo paese non voglia certi valori. Ma per quanto io condivida molto della sua analisi, non mi convincono le conclusioni.

Gli articoli che raccoglierò saranno, mi auguro, il più varî possibile, e non è neanche detto che io sia d’accordo con tutti. Ma serve per capire, questa cosa. Per capire.


elaborazione del lutto elettorale/1

Those who feel the breath of sadness
Sit down next to me
Those who find they’re touched by madness
Sit down next to me
Those who find themselves ridiculous
Sit down next to me
Love, in fear, in hate, in tears

Down
Down

un sindaco antifascista

Dice Repubblica (al cui articolo ho rubato questa foto d’apertura) che il sindaco di Parma, Federico Pizzarrotti, ha attaccato un adesivo sul comune. L’adesivo dice: Qui c’è un sindaco antifascista.

“A Pavia gruppi di fascisti hanno ‘marchiato’ le porte delle case di persone che si definiscono antifasciste, una vera e propria lista di proscrizione. Una intimidazione che, però, non intimidisce proprio nessuno. Anzi, lo dico chiaro e netto: sono sindaco antifascista di una città medaglia d’oro alla Resistenza. Parma esprime solidarietà a Pavia, al suo sindaco e ai suoi concittadini.”

I gesti simbolici hanno senso fino a un certo punto, ovviamente. Ma chi ha un qualsiasi tipo di potere compie un gesto simbolico, allora diventa qualcos’altro: un’attestazione, una promessa, l’applicazione di una verità.

il ritorno di Sandman

No, non con la serie limitata di qualche anno fa (che non era neanche male), ma con un intero universo narrativo. Da un lato son contento, perché c’ha ragione Gaiman:

«[The Sandman universe is] a huge sandbox with so many wonderful toys that nobody’s getting to play with right now»

Dall’altra mi spaventa molto, perché il bello di certe serie come Sandman o Preacher sta proprio nel fatto che sono concluse, che nonostante ci fosse ancora un enorme potenziale, abbiano deciso di fermarsi.

(Grazie a Jules per il link.)

il consuntivo di Francesco Costa

Francesco Costa ha pubblicato qualche giorno fa un resoconto riguardo Da Costa a Costa, il podcast e newsletter che ha prodotto per un paio d’anni, concentrandosi anche sui soldi raccolti in questi mesi. Innanzitutto: l’abitudine a fare consuntivi e pubblicarli non è mai abbastanza diffusa, in questo paese. Francesco ha modelli anglossassoni, com’è ovvio, ed è bello vedere cose così scritte in italiano (e scritte così bene).

La cosa che mi rincuora è che al netto delle spese gli siano rimasti comunque 9mila euro, con i quali considerarsi pagato per il lavoro. Certo, a far di matematica vengono fuori 750€ al mese e non sono certo tanti: ma per un progetto simile nemmeno pochi. Io credo che nei prossimi anni ci sarà più gente abituata a pagare (magari poco, ma pagare tanti progetti cui tiene): ovviamente serve avere una base di utenza importante, come quella che aveva Francesco, oppure una più piccola e di nicchia, ma fortemente motivata a darti dei soldi, e questo non è mai facile. Ma in abbinata a una gestione oculata di sponsorizzazioni e magari eventi, io credo davvero che sia più che possibile che siti di qualità gestiti da poche persone possano campare. Niente a che vedere coi siti finanziati da venture capital o comunque con investimenti giganteschi alle spalle: ma sempre meglio di questo blog 🙂

Avevo promesso di diffondere un po’ di dati sulla raccolta fondi della seconda stagione di Da Costa a Costa, e quindi eccoli qua.

(continua qui)

lo stato di inutile, 2017

Il classico messaggio di fine anno a reti unificate, da parte del capofila di inutile. A nome di tutti quelli che lavorano a questo progetto tutti i giorni, e a nome anche di chi ci ha collaborato una volta sola: grazie.

Se mi costringessero a tirar fuori un tema per il 2017 di inutile, questo tema sarebbe duplice. Da una parte confermare le promesse fatte l’anno scorso: una nuova rivista, una nuova newsletter, regolarità di pubblicazione e un nuovo modo di usare i nostri profili social (nuovo per noi, che odiamo Facebook; il minimo della pena per il resto del mondo). Dall’altra però queste conferme ci hanno permesso di ricostruire, rilanciare, rimetterci in gioco, anche se non tutto è andato come avremmo voluto. Conferma e rilancio: un duplice 2017 per inutile.

(continua qui)

è morta Morte

Battuta di cattivo gusto ma tutto sommato attinente all’argomento: sapevo che le fattezze del personaggio di Morte degli Eterni, nella saga di Sandman, era stato ispirata a una persona reale, non sapevo chi fosse. È morta pochi giorni fa.

(Grazie a Jules per la dritta, me l’ero perso.)

noi

[Ho scritto un pezzo per Effemeridi, la rivista di inutile che abbiamo lanciato quest’anno. Effemeridi racconta gli anni 2000, e lo fa senza sforare nella nostalgia o – peggio – nel’agiografia di un periodo. Il mio pezzo riguardava il 2003, e nella fattispecie: Buffy The Vampire Slayer, che nel 2003 è finito. Ne metto qui l’inizio, e se ti interessa puoi leggerlo tutto: basta esser soci di inutile.]

Mr. Maclay: This is insane. You people have no right to interfere with Tara’s affairs. We are her blood kin! Who the hell are you?
Buffy: We’re family.

A leggerla è davvero stucchevole, e un po’ scontata anche. E se proprio vogliamo usare il senso critico, anche a vedersi. È una puntata della quinta stagione di Buffy The Vampire Slayer, scritta e diretta da Joss Whedon, che Buffy l’ha inventata. Riassunto veloce: Willow, la migliore amica di Buffy, sta con Tara. Nella famiglia di Tara Maclay si dice ci sia una maledizione: al compiere dei 20 anni le donne diventano demoni. Manca poco al suo compleanno e arriva in blocco la famiglia per riportarla nel paesino d’origine e “proteggere il mondo”. Quando però Mr. Maclay non riesce a spiegare con esattezza cosa le succederebbe se non venisse tenuta sotto controllo, Buffy e Willow e il resto della truppa capiscono che è una balla, una maniera per controllare le femmine della stirpe. Mr. Maclay perde la brocca: «Non avete alcun diritto di interferire negli affari di Tara! È sangue del nostro sangue! Chi pensate di essere, voi?»

«Siamo la sua famiglia.»

(continua qui)

le perversioni dell’ego

Sono finito in un gruppo Facebook dedicato agli aspiranti scrittori. Lo so che non si dovrebbe andar per gruppi Facebook.

Inizia così un articolo (troppo corto! ne volevo di più!) di Vanni Santoni. Non posso dire di conoscere davvero Vanni: ci siamo incrociati un paio di volte, molto tempo fa; abbiamo amici in comune; sappiamo grosso modo che cosa facciamo. Però capisco alla perfezione quello che ha passato in questi gruppi di aspiranti scrittori.

La premessa fondamentale è che lui lavora davvero nell’editoria, io ci lavoro per modo di dire: inutile non paga niente e nessuno, è una cosa ai limiti del volontariato, quindi il peso delle nostre figure è sicuramente diverso, e anzi forse nelle logiche di chi anima questi gruppi io verrei avvicinato alle loro stesse posizioni, in quanto capofila di una rivista indipendente.

Però negli ultimi 12 o 13 anni, da un po’ prima cioè che uscisse ufficialmente inutile, bazzico il mondo degli esordienti, o ancora da esordire, o semplicemente: degli aspiranti. Per una decina di loro che capiscono che la scrittura è un mestiere al quale bisogna applicarsi con impegno e fatica, ce ne sono altri cento che pensano davvero di essere gli unici scrittori degni di questo nome al mondo, e che comunque vada è sempre colpa di qualcun altro, mai delle loro pagine piatte, del loro stile vuoto e delle storie già sentite e raccontate come le racconta chiunque non abbia mai letto davvero.

Vanni non tocca un altro argomento gigantesco, che è quello della lettura: quasi nessuno di questi aspiranti legge abbastanza. Se legge, legge solo grandi libri classici o grandi libri da classifica. Non ha idea di cosa pubblichino gli editori, non conoscono nessun esordiente vero (né per i piccoli o medi editori, né per i grandi: che anche i grandi pubblicano esordienti). Gli aspiranti scrittori, per la maggior parte, non dovrebbero scrivere. Poi per fortuna c’è quello sparuto gruppo di persone brave e umili, che sanno che come in tutte le cose devi faticare come una bestia per ottenere anche il più piccolo risultato, e che si rendono conto che se Mondadori ancora non li ha chiamati, magari non è colpa di quegli editor, ma della propria maturità artistica e professionale. Si riconoscono, di solito, già dalla mail con cui approcciano le riviste come inutile. Fieri di quello che han fatto, eppure disposti ad fartelo leggere e giudicare. Pronti a tornare a lavorarci, ad ascoltare l’opinione di qualcun altro (meglio se opinione informata e più o meno professionale). A queste persone io voglio davvero bene, e anche se non c’entra niente con l’articolo di Vanni: inutile è un posto piccolo che cerchiamo di tenere pulito dalle perversioni dell’ego. È anche casa vostra.

in Francia si discute di grammatica e “scrittura inclusiva”

È un argomento interessantissimo. Io cerco sempre di declinare al femminile, quando del gruppo di cui parlo ci sono più donne che uomini, in culo alla regola del “maschile per tutti”. Di contro, mi viene difficile dire «Ordine delle avvocatesse», ma solo per abitudini mentali. Prima o poi sarà facile per tutti.

L’Académie française – antica istituzione fondata nel 1635 dal cardinale Richelieu che detta le regole sulle questioni linguistiche, che ammise per la prima una volta una donna tra i suoi membri nel 1980 e che fu promotrice del superamento originario della concordanza di prossimità – ha reagito in un modo enfatico con una dichiarazione presa in modo unanime da tutti e quaranta i suoi membri: ha spiegato che davanti a questa «aberrazione» della proposta inclusiva la lingua francese «è ormai in pericolo mortale, e di questo la nazione è da oggi responsabile di fronte alle generazioni future». Alcuni giornali hanno parlato di “delirio femminista”, di “femministe frustrate” e in generale la discussione è stata molto dura e accesa.

Ovviamente poi ci sono reazioni simili, per le quali mi vien voglia di declinare al femminile anche quello che non ha senso declinare (tipo dentista), solo per dare fastidio a questi imbecilli.