se non paghi per averlo, sei tu quello che viene venduto

Matthew Ingram su GigaOm dice una cosa su Google che da un po’ io vado in giro a dire, cioè che Google fa i soldi sulla pelle nostra. Cioè: Google+ servirebbe a far guadagnare qualcosina in più a Google. E come? Be’, impuntandosi sulla condizione “dammi il tuo vero nome, sennò non usare G+“, Google può costruire in fretta un database di gusti, luoghi, persino i tempi della nostra vita online. Che è una cosa che già fa, ma per lo più anonimamente: ha il mio IP, magari sa anche che computer uso (il browser ha una cosa che si chiama “user agent” che sputtana parecchio di quello che siamo), ma non sa chi sono io, non sa che al mio computer risponde Matteo Scandolin: ci arriva, se ci vuole arrivare, ma è più complicato, e si mette in mezzo quella cosettina che si chiama “privacy”.

G+ è un calarsi le braghe volontario, come già Facebook.

The growth of Google+ provides a reason for people to create Google profiles, and that data (…) goes into the vast Google cyberplex where it can be crunched and indexed and codified in a hundred different ways. And the more people who decide to do it, the better it gets, both for Google and for its advertising strategy. As the saying goes, if you’re not paying for it, then you’re the product being sold.

Non concordo però sul passaggio in cui viene sostenuto che sulla stessa strada sono Amazon e Apple:

Dave Winer thinks that the company wants to effectively become a bank — something he also suspects that Apple and Amazon are interested in as well — and that’s definitely a possibility. Apple and Google both seem interested in NFC technology (near-field communication), which turns mobile devices into electronic wallets, and having a social network tied to an individual user’s identity would come in handy.

La differenza tra Google e le due aziende con la ‘a’ è che loro vendono, effettivamente, dei prodotti, non chi li compra. (In ogni caso in questo passaggio Ingram sta citando Dave Winer, come anche il link dice esplicitamente, va da sé che non mi riferisco a lui.)

pussa via

Leggo su Twitter la storia di @thomasmonopoly, che ha scritto un post piuttosto lungo per lamentarsi di Google. In soldoni: Google dice che Thomas ha violato il contratto di servizio per il suo account, e gliel’ha brasato. Tutto l’account: Gmail, GooglePlus, Picasa, Maps, Reader, Voice Messages, video, bookmarks del browser, i contatti della rubrica, calendari personali e di lavoro (pure quelli condivisi), i file di Google Documents, il suo sito, e chi più ne ha più ne metta. Thomas sostiene di non aver violato, in nessun punto, il contratto di servizio e anzi sfida Google a dimostrargli dove ha sbagliato. Google, dal canto suo, non s’è fatta sentire: decine di messaggi nei forum, visite agli uffici a Manhattan, qualche dipendente dell’azienda che per caso trova lo sfogo su Twitter e cerca di parlarne coi superiori: nessun risultato, nessuna spiegazione, niente di niente.

Do you really think I would knowingly do anything to jeopardize that much of my personal and professional information? And I am sure as the days continue I will realize other things that Google has destroyed in their unwarranted disabling of my account. I am only too angry right now to think straight and realize them all.

Rimbrotto da nonno: ok affidarsi totalmente a un’azienda che si reputa degna di fiducia (con Apple io lo farei, per dire), ma non avere neanche un backup su disco di queste robe è da folli. 4800 fotografie, perse. Sette anni di email, buttate al vento. Per dire, eh. (Arment se lo mangerebbe vivo.) E il fatto che Google possa chiudere senza spiegazioni questi servizi – e come loro tutti quelli che mettono a disposizione questi servizi – è scritto chiaro e tondo nel contratto cui tutti clicchiamo “sì, accetto i termini di servizio” (senza leggere, di solito).

Considerazione, breve e banale: sono cose che purtroppo posso succedere, quando ci si mette nelle mani di un’unica azienda (che tra l’altro fa i soldi sporcamente sulla pubblicità che mi devo sorbire). Sono cose per fortuna abbastanza rare, il classico “caso su un milione”: ma non vorrei mai ritrovarmi a essere quel caso – da qui la mia ‘paranoia’ e i diversi backup che faccio regolarmente.

(Però non credo che aver comprato il dominio per il sito, e spazio aggiuntivo per esso, lo qualifichino fino in fondo come “cliente pagante”, e di sicuro non per servizi gratuiti come Reader, Maps o altre robine simili.)

La storia sta girando un po’, su Twitter: speriamo che serva a restituire a Thomas quel che è suo.

etica professionale, due

Invece son capitato su questo articolo di repubblica.it: lo ammetto, sono incuriosito e interessato da Google+ e credo che per i miei utilizzi da social network possa andarmi molto meglio che non Facebook. (Il mio rapporto con Facebook iniziò ben prima che scoppiasse il fenomeno in Italia, non ingranò mai, l’ho disabilitato a inizio 2008, o giù di lì, e ho cancellato definitivamente il mio profilo l’anno scorso. Per la cronaca, ecco.)

E insomma, questo articolo di Jamie D’Alessandro dice:

(a) viene riportato Schmidt come se fosse il principale attore di Google: viene indicato come attuale presidente e il tono è quello di quando parli del boss dei boss, ma la società ha un po’ cambiato direzione negli ultimi mesi, da quando Larry Page è diventato CEO;

(b) non c’è un link esterno che sia uno. Ripeto, magari non sono stato chiaro: non c’è un link esterno, neanche uno. L’unico link che c’è riporta a un altro articolo di repubblica.it;

(c) in italiano, «uno dei progetti più articolati (…) dai tempi di Android» fa sembrare il sistema operativo mobile come sorpassato, antico, roba da secolo scorso: ma Android è il secondo sistema operativo mobile, attualmente, e viene aggiornato con una costanza da mastini: mica una roba vecchia;

(d) c’è un refuso alla fine del secondo paragrafo, c’è scritto «Cirles» anziché «Circles»: me lo aspetto, ormai, dal Gazzettino, non da Repubblica;

(e) nell’occhiello del titolo viene citato Twitter: che però scompare nel resto del pezzo.

Ho smesso di leggere Repubblica anni fa, per tanti motivi: per la sola sezione di tecnologia, però, avrei dovuto smettere tanto tempo prima.

ancora cinque minuti, dai

Google aveva annunciato la chiusura di Google Video per il 29 aprile. Tanti saluti e buonanotte al secchio. In parecchi hanno protestato, soprattutto perché ci sono più di 3 milioni di video archiviati: allora Google ha cambiato un poco idea, e (a) niente più scadenza al 29 aprile; (b) guarda qua una maniera per spostare i video da Google Video a YouTube. Meglio così.

labor limae

Ho molta stima dello staff di 37signals: fanno ottime applicazioni per il web e hanno uno spiccato senso del design. Sulla qualità delle loro webapp posso testimoniare in prima persona: utilizzo spesso Writeboard come piattaforma collaborativa per i documenti, un paio di volte ho usato Ta-da-list, abbiamo un account base-base-quasi-schifo con inutile per Basecamp (anche se non lo usiamo tanto, c’è da dire). Non mi piacciono gli equivalenti made in Google perché non hanno lo stesso senso estetico, non sanno costruire graficamente le loro idee come quelli di 37signals: e poi mi bastano le funzioni “base”. Tra l’altro a livello di design, credo che le uniche cose belle e funzionali che vengon fuori da Google siano la home page di google.com e i risultati delle ricerche (con l’anteprima). Ma questi son discorsi lunghi ed entrano di sguincio nell’argomento di questo post.

In questi giorni mi sono dedicato a una profonda riorganizzazione e ottimizzazione del sito dell’associazione, e ho fatto qualcosa anche per il sito della rivista. Non sono un grafico, anche se mi diverto molto e mi piace tenermi aggiornato – fino a dove capisco, poi è un po’ come la religione, diventa una questione di fede. Una delle varie cose che ho letto sul blog dei 37signals, Signal Vs. Noise, è: se è vero che è tutto design, è anche tutto marketing. Le parole che usi nel tuo sito sono le parole che ti presentano agli sconosciuti, quindi è meglio che siano chiare e precise, e che chi le legge capisca quello che deve capire e non abbia dubbi.

(Sì: si applica a qualsiasi uso del linguaggio, lo so.)

Ho rifatto le pagine che prevedono una transazione economica, per renderle più comprensibili e precise, in maniera che non ci fossero ripetizioni, inceppamenti, paragrafi d’oscura comprensione. Ce n’erano parecchi: perché mi capita di costruire le pagine per i nostri siti alla bell’e meglio, pensando di correggere dopo. E dopo, ovvio, non arriva mai. Credo comunque che sia la cosa migliore, pubblicare tutto quello che è necessario pubblicare subito, anche se è acerbo: meglio avere una cosa e verificare come funziona ed eventualmente correggerla, che aspettare mesi per ottenere la “pagina perfetta”.

Niente di che: adesso volevo solo dire che fare queste cose mi piace anche se non credo potrebbe essere il mio lavoro “vero” (quello che mi dà da mangiare). Fai un salto sui siti dell’associazione e della rivista, dimmi come ti sembrano, se son più chiari di prima. E se non hai idea di come fossero prima, soprattutto le pagine dove si possono comprare le magliette o sottoscrivere un abbonamento, meglio: dimmi se è tutto chiaro, adesso. Tenendo conto che è un cantiere aperto… come sempre.

Adobe+Google

Interessante articolo sull’allenza dell’ultima ora tra Google e Adobe, per (provare a) sconfiggere il monopolio di Apple sul mercato mobile. Interessante perché mette a fuoco una delle grandi balle degli ultimi anni, cioè che Google sia il bene assoluto.

(…) A layer of misdirection has to be carefully laid out and Google has to be seen on the side of angels so that developers and consumers alike must not spend too much time thinking about just how un-open Google’s search and ad cashcows really are. (…)
As the most important web company on the planet, Google has been given a unique chance to display leadership: does it really want an “open web” or is it just interested in promoting a momentary “competitive” advantage against Apple? Does Google believe in what its General Manager of Platform Evangelism has been selling developers? Or are we back to “Don’t be evil, as long as it’s profitable”?
Google’s final embrace of Flash will tell.

transiberiana

Google ha messo a punto un nuovo servizio: un tour virtuale per la storia Transiberiana. Video ad altissima definizione, mappa (anche satellitare) che ti mostra dove sei, accompagnamento sonoro a piacere: il rumore del treno, musiche autoctone, la lettura di classici russi (in russo). Alla faccia.

(Via Personal Report.)

responsabilità penale

Io non mi occupo di legge, ma di giuristi in famiglia ne ho un paio quindi chiederò a loro. Col buonsenso dell’uomo normale, mi pare un po’ tirata per i capelli che i dirigenti di Google possano essere responsabili penalmente per i video che vengono caricati su Google Video.

È successo che alcuni dirigenti di Google sono stati condannati per violazione della privacy, per la pubblicazione di un video in cui dei cretini vessavano picchiavano e insultavano un disabile.

Soddisfazione invece di Guido Camera, legale dell’associazione Vividown, costituita parte civile nel processo (nel video in questione veniva derisa e insultata dagli studenti mentre vessavano il disabile). ”Quello che a noi interessava – ha spiegato Camera – era l’affermazione della responsabilita’ penale dei dirigenti di Google, e questa e’ stata riconosciuta dal giudice”